domenica 23 agosto 2015

Vangelo della misericordia e fenomeno dei migranti e rifugiati

Mons. Nunzio Galantino, segretario generale della CEI (presentato dagli ignoranti di turno come capo dei vescovi italiani) e persino papa Francesco si sono meritati negli ultimi tempi gli strali di quanti, professionisti della politica e dunque interessati alla raccolta di consenso facile e remunerato, hanno criticato le posizioni della Chiesa cattolica sul fenomeno dei migranti.
 
Qualcuno, incautamente, ha gettato lì anche l’interrogativo-accusa di cosa faccia la Chiesa di concreto per tale problema globale che affligge il nostro tempo. A costui già sono state date, con cifre alla mano, risposte adeguate sull’impegno ecclesiale ai diversi livelli a favore della carità. E non da oggi, visto che per esempio la prima giornata annuale di sensibilizzazione sul fenomeno della migrazione con relativa colletta per le opere pastorali per gli emigrati Italiani e per la preparazione dei missionari d’emigrazione risale al 21 febbraio 1915!
 
Come si legge in un bollettino della Sala Stampa vaticana "Migranti e rifugiati ci interpellano. La risposta del Vangelo della misericordia" sarà il tema che Papa Francesco ha scelto per la 102esima Giornata mondiale del Migrante e del Rifugiato che si celebrerà il 17 gennaio 2016. “Con la prima parte del tema, “Migranti e rifugiati ci interpellano”, si vuole fare presente la drammatica situazione di tanti uomini e donne, costretti ad abbandonare le proprie terre. Non si devono dimenticare, per esempio, le attuali tragedie del mare che hanno per vittime i migranti.” “Con la seconda parte del tema, “La risposta del Vangelo della misericordia”, si vuole collegare in modo esplicito il fenomeno della migrazione con la risposta del mondo e, in particolare, della Chiesa. In questo contesto, il Santo Padre invita al popolo cristiano a riflettere durante il Giubileo sulle opere di misericordia corporale e spirituale, tra cui si trova quella di accogliere i forestieri. E questo senza dimenticare che Cristo stesso è presente tra i “più piccoli”, e che alla fine della vita saremmo giudicati dalla nostra risposta d’amore (cfr. Mt 25,31-45)”.
 
A tal proposito il Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti "Suggerisce che la giornata giubilare sia celebrata particolarmente a livello diocesano e nazionale, nell'ambito più vicino ai migranti e rifugiati, con la loro partecipazione, e coinvolgendo anche le comunità cristiane"; "propone che l'evento giubilare centrale sia proprio il prossimo 17 gennaio 2016, nella ricorrenza della Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato"; "incoraggia le diocesi e comunità cristiane, che ancora non lo fanno, a programmare delle iniziative, approfittando dell'occasione che offre questo Anno della Misericordia"; "invita a non dimenticare l`aspetto della sensibilizzazione nelle comunità cristiane al fenomeno migratorio; "auspica che l'attenzione verso i migranti e la loro situazione non si riduca ad un'unica giornata"; "ricorda che è anche importante realizzare segni concreti di solidarietà, che abbiano un valore simbolico, e che esprimano la vicinanza e l'attenzione ai migranti e rifugiati".
 
Un coinvolgimento fattivo, dunque, dunque della comunità ecclesiale locale, per aiutare anche quanti, all’ombra del campanile, stentano ad aprire il Vangelo in tema di accoglienza come giustamente rileva il priore della Comunità di Bose, Enzo Bianchi.
 

sabato 11 luglio 2015

La “spiritualità dello zapping e la pedagogia del Maestro”

Il discorso che papa Francesco ha rivolto, a Santa Cruz de la Sierra (Bolivia),  ai sacerdoti, religiosi, religiose e seminaristi, rappresenta certamente un fermo richiamo alla coerenza nella vita della gente e in particolare in quella di chi si professa  seguace di Gesù.
 
Questo viaggio apostolico, in quella “fine del mondo” da cui papa Bergoglio proviene, rimarrà tappa miliare di questo pontificato soprattutto per gli interventi di natura sociale che, sebbene da un’estrema periferia, il Pontefice continua a rivolgere al mondo intero senza tema di strumentalizzazioni.
 
 
E tuttavia, è come se giovedì scorso, nel “Coliseo del Colegio Don Bosco”, il Santo Padre si sia fermato per rivolgere lo sguardo all’interno della Chiesa, quasi facendo un ECG al cuore pulsante della stessa. L’occasione l’ha colta commentando l’episodio di Bartimeo tratto da Mc 10, 46-52  e soffermandosi sulla reazione dei discepoli:
Pensiamo alle diverse reazioni dei vescovi, dei preti, delle religiose, dei seminaristi alle grida che sentiamo, o non sentiamo. È come se l’Evangelista volesse mostrarci quale tipo di eco ha trovato il grido di Bartimeo nella vita della gente e nella vita dei seguaci di Gesù. Come reagiscono al dolore di colui che è sul bordo della strada - che nessuno gli fa caso, al massimo gli fanno un’elemosina - di colui che sta seduto sul suo dolore, che non rientra in quella cerchia che sta seguendo il Signore.
Il Papa ha evocato in tal senso il “cuore blindato” di certi cristiani tanto vicini a Gesù:
Si tratta di un cuore che si è abituato a passare senza lasciarsi toccare; un’esistenza che, passando da una parte all’altra, non riesce a radicarsi nella vita del suo popolo, semplicemente perché sta in quella élite che segue il Signore”. Da ciò scaturisce una spiritualità arida che Francesco definisce “dello zapping”, che “Passa e ripassa, passa e ripassa, ma mai si ferma. Sono quelli che vanno dietro all’ultima novità, all’ultimo best seller, ma non riescono ad avere un contatto, a relazionarsi, a farsi coinvolgere, nemmeno con il Signore che stanno seguendo, perché la sordità aumenta!
 Da questo il fecondo insegnamento pastorale di Francesco "Passare senza ascoltare il dolore della nostra gente, senza radicarci nella loro vita, nella loro terra, è come ascoltare la Parola di Dio senza lasciare che metta radici dentro di noi e sia feconda. Una pianta, una storia senza radici, è una vita arida". Ma il Vescovo di Roma va oltre, richiamando “il dramma della coscienza isolata, di quei discepoli e discepole che pensano che la vita di Gesù è solo per quelli che si credono adatti. Alla base c’è un profondo disprezzo per il santo Popolo fedele di Dio: “Questo cieco dove vuole mettersi? Che stia qui”. Sembrerebbe giusto che trovino spazio solo gli “autorizzati”, una “casta di diversi” che lentamente si separa, si differenzia dal suo popolo. Hanno fatto dell’identità una questione di superiorità. Questa identità che è appartenenza si fa superiore; non sono più pastori ma capisquadra: “Io sono arrivato fino a qui, tu stai al tuo posto”.

Personalmente mi ritrovo in tale descrizione con riferimento a certe celebrazioni liturgiche in cui svettano i “posti riservati” a membri di aggregazioni e confraternite varie. Ovvero la mente va alle processioni che si avviano secondo un ordine per cui alla fine vengono chiamati i “fedeli”.
 
Concludendo, il Papa tratta della logica dell’inclusione, che deve sempre sottendere l’annuncio evangelico nel farsi carico dell’altro secondo la
logica propria dell’amore, del patire-con… che nasce dal non avere paura di avvicinarsi al dolore della nostra gente… E questa è la logica del discepolato, questo è ciò che opera lo Spirito Santo con noi e in noi. Di questo siamo testimoni… Non siamo testimoni di un’ideologia, non siamo testimoni di una ricetta, o di un modo di fare teologia. Non siamo testimoni di questo. Siamo testimoni dell’amore risanante e misericordioso di Gesù. Siamo testimoni del suo agire nella vita delle nostre comunità.

venerdì 26 giugno 2015

Le premesse del magistero pontificio alla Laudato sı’

Nell’approcciare la seconda Enciclica del pontificato di Francesco “Laudato sı', sulla cura della casa comune”, è utile tenere presente quanto emerge dalla tradizione cristiana su un tema di tipo sociale ed ecologico, oltre che di fede, e cioè la tutela dell'ambiente e del Creato.
 
La tradizione cristiana, infatti, non separa giustizia ed ecologia, condivisione della terra e rispetto della terra, attenzione alla vita dell’ambiente e cura per la qualità della vita umana. E su questa linea, denunciandone gli abusi, è intervenuto anche il magistero della Chiesa negli ultimi cinquant’anni.
 
Del resto, papa Bergoglio procede proprio da ciò nell’introdurci in questo documento (cfr. nn. 3-6), destinato a rimanere pietra miliare del magistero sociale della Chiesa, ricordando peraltro “Questi contributi dei Papi raccolgono la riflessione di innumerevoli scienziati, filosofi, teologi e organizzazioni sociali che hanno arricchito il pensiero della Chiesa su tali questioni”.
 
 A proposito dei precedenti, il Santo Padre ricorda: “Più di cinquant’anni fa, mentre il mondo vacillava sull’orlo di una crisi nucleare, il santo Papa Giovanni XXIII scrisse un’Enciclica con la quale non si limitò solamente a respingere la guerra, bensì volle trasmettere una proposta di pace. Diresse il suo messaggio Pacem in terris a tutto il “mondo cattolico”, ma aggiungeva "nonché a tutti gli uomini di buona volontà".
Nel 1971, il beato papa Paolo VI al n. 21 della Octogesima Adveniens, affermava:
Mentre l’orizzonte dell’uomo si modifica, un’altra trasformazione si avverte, conseguenza tanto drammatica dell’attività umana. L’uomo ne prende coscienza bruscamente: attraverso uno sfruttamento sconsiderato della natura, egli rischia di distruggerla e di essere a sua volta vittima di siffatta degradazione. Non soltanto l’ambiente materiale diventa una minaccia permanente: inquinamenti e rifiuti, nuove malattie, potere distruttivo totale; ma è il contesto umano, che l’uomo non padroneggia più, creandosi così per il domani un ambiente che potrà essergli intollerabile: problema sociale di vaste dimensioni che riguarda l’intera famiglia umana. A queste nuove prospettive il cristiano deve dedicare la sua attenzione, per assumere, insieme con gli altri uomini, la responsabilità di un destino diventato ormai comune”.
Lo stesso Pontefice parlò alla FAO , evocando “una vera catastrofe ecologica “ e sottolineando “ l’urgenza e la necessità di un mutamento radicale nella condotta dell’umanità” .

San Giovanni Paolo II nella sua prima Enciclica, Redemptor hominis,  del 1979 al n. 15 osservò:

 Questo stato di minaccia per l'uomo, da parte dei suoi prodotti, ha varie direzioni e vari gradi di intensità. Sembra che siamo sempre più consapevoli del fatto che lo sfruttamento della terra, del pianeta su cui viviamo, esiga una razionale ed onesta pianificazione. Nello stesso tempo, tale sfruttamento per scopi non soltanto industriali, ma anche militari, lo sviluppo della tecnica non controllato né inquadrato in un piano a raggio universale ed autenticamente umanistico, portano spesso con sé la minaccia all'ambiente naturale dell'uomo, lo alienano nei suoi rapporti con la natura, lo distolgono da essa. L'uomo sembra spesso non percepire altri significati del suo ambiente naturale, ma solamente quelli che servono ai fini di un immediato uso e consumo. Invece, era volontà del Creatore che l'uomo comunicasse con la natura come «padrone» e «custode» intelligente e nobile, e non come «sfruttatore» e «distruttore» senza alcun riguardo.”
Il Santo Papa successivamente invitò ad una conversione ecologica globale, mentre con la Enciclica Sollicitudo rei socialis del 1987 ha trattato la questione ecologica in termini di crisi morale e al n. 34 ha scritto:

Il carattere morale dello sviluppo non può prescindere neppure dal rispetto per gli esseri che formano la natura visibile e che i Greci, alludendo appunto all'ordine che la contraddistingue, chiamavano il «cosmo». Anche tali realtà esigono rispetto, in virtù di una triplice considerazione, su cui giova attentamente riflettere. La prima consiste nella convenienza di prendere crescente consapevolezza che non si può fare impunemente uso delle diverse categorie di esseri viventi o inanimati - animali, piante, elementi naturali -come si vuole, a seconda delle proprie esigenze economiche. Al contrario, occorre tener conto della natura di ciascun essere e della sua mutua connessione in un sistema ordinato, ch'è appunto il cosmo. La seconda considerazione, invece, si fonda sulla costatazione, si direbbe più pressante, della limitazione delle risorse naturali, alcune delle quali non sono, come si dice, rinnovabili. Usarle come se fossero inesauribili, con assoluto dominio, mette seriamente in pericolo la loro disponibilità non solo per la generazione presente soprattutto per quelle future. La terza considerazione si riferisce direttamente alle conseguenze che un certo tipo di sviluppo ha sulla qualità della vita nelle zone industrializzate. Sappiamo tutti che risultato diretto o indiretto dell'industrializzazione è, sempre più di frequente, la contaminazione dell'ambiente, con gravi conseguenze per la salute della popolazione. Ancora una volta risulta evidente che lo sviluppo, la volontà di pianificazione che lo governa, l'uso delle risorse e la maniera di utilizzarle non possono essere distaccati dal rispetto delle esigenze morali. Una di queste impone senza dubbio limiti all'uso della natura visibile. Il dominio accordato dal Creatore all'uomo non è un potere assoluto, né si può parlare di libertà di «usare e abusare», o di disporre delle cose come meglio aggrada. La limitazione imposta dallo stesso Creatore fin dal principio, ed espressa simbolicamente con la proibizione di «mangiare il frutto dell'albero» (Gen 2,16), mostra con sufficiente chiarezza che, nei confronti della natura visibile, siamo sottomessi a leggi non solo biologiche, ma anche morali, che non si possono impunemente trasgredire. Una giusta concezione dello sviluppo non può prescindere da queste considerazioni-relative all'uso degli elementi della natura, alla rinnovabilità delle risorse e alle conseguenze di una industrializzazione disordinata -, le quali ripropongono alla nostra coscienza la dimensione morale, che deve distinguere lo sviluppo”.
Nella Enciclica Centesimus annus del 1991 ai nn. 37-38 dice:

Del pari preoccupante, accanto al problema del consumismo e con esso strettamente connessa, è la questione ecologica. L'uomo, preso dal desiderio di avere e di godere, più che di essere e di crescere, consuma in maniera eccessiva e disordinata le risorse della terra e la sua stessa vita. Alla radice dell'insensata distruzione dell'ambiente naturale c'è un errore antropologico, purtroppo diffuso nel nostro tempo. L'uomo, che scopre la sua capacità di trasformare e, in un certo senso, di creare il mondo col proprio lavoro, dimentica che questo si svolge sempre sulla base della prima originaria donazione delle cose da parte di Dio. Egli pensa di poter disporre arbitrariamente della terra, assoggettandola senza riserve alla sua volontà, come se essa non avesse una propria forma ed una destinazione anteriore datale da Dio, che l'uomo può, sì, sviluppare, ma non deve tradire. Invece di svolgere il suo ruolo di collaboratore di Dio nell'opera della creazione, l'uomo si sostituisce a Dio e così finisce col provocare la ribellione della natura, piuttosto tiranneggiata che governata da lui. Si avverte in ciò, prima di tutto, una povertà o meschinità dello sguardo dell'uomo, animato dal desiderio di possedere le cose anziché di riferirle alla verità, e privo di quell'atteggiamento disinteressato, gratuito, estetico che nasce dallo stupore per l'essere e per la bellezza, il quale fa leggere nelle cose visibili il messaggio del Dio invisibile che le ha create. Al riguardo, l'umanità di oggi deve essere conscia dei suoi doveri e compiti verso le generazioni future. Oltre all'irrazionale distruzione dell'ambiente naturale è qui da ricordare quella, ancor più grave, dell'ambiente umano, a cui peraltro si è lontani dal prestare la necessaria attenzione. Mentre ci si preoccupa giustamente, anche se molto meno del necessario, di preservare gli «habitat» naturali delle diverse specie animali minacciate di estinzione, perché ci si rende conto che ciascuna di esse apporta un particolare contributo all'equilibrio generale della terra, ci si impegna troppo poco per salvaguardare le condizioni morali di un'autentica «ecologia umana». Non solo la terra è stata data da Dio all'uomo, che deve usarla rispettando l'intenzione originaria di bene, secondo la quale gli è stata donata; ma l'uomo è donato a se stesso da Dio e deve, perciò, rispettare la struttura naturale e morale, di cui è stato dotato. Sono da menzionare, in questo contesto, i gravi problemi della moderna urbanizzazione, la necessità di un urbanesimo preoccupato della vita delle persone, come anche la debita attenzione ad un'«ecologia sociale» del lavoro. L'uomo riceve da Dio la sua essenziale dignità e con essa la capacità di trascendere ogni ordinamento della società verso la verità ed il bene. Egli, tuttavia, è anche condizionato dalla struttura sociale in cui vive, dall'educazione ricevuta e dall'ambiente. Questi elementi possono facilitare oppure ostacolare il suo vivere secondo verità. Le decisioni, grazie alle quali si costituisce un ambiente umano, possono creare specifiche strutture di peccato, impedendo la piena realizzazione di coloro che da esse sono variamente oppressi. Demolire tali strutture e sostituirle con più autentiche forme di convivenza è un compito che esige coraggio e pazienza”.
Benedetto XVI, con più matura consapevolezza ecologica, ha fatto proprie, sviluppandole, le istanze del suo predecessore nella Enciclica Caritas in veritate sullo sviluppo umano integrale nella carità e nella verità del 2009 ai nn. 48-52, ricordando in particolare:
 
“La Chiesa ha una responsabilità per il creato e deve far valere questa responsabilità anche in pubblico. E facendolo deve difendere non solo la terra, l'acqua e l'aria come doni della creazione appartenenti a tutti. Deve proteggere soprattutto l'uomo contro la distruzione di se stesso. È necessario che ci sia qualcosa come un'ecologia dell'uomo, intesa in senso giusto. Il degrado della natura è infatti strettamente connesso alla cultura che modella la convivenza umana: quando l'« ecologia umana » [124] è rispettata dentro la società, anche l'ecologia ambientale ne trae beneficio. Come le virtù umane sono tra loro comunicanti, tanto che l'indebolimento di una espone a rischio anche le altre, così il sistema ecologico si regge sul rispetto di un progetto che riguarda sia la sana convivenza in società sia il buon rapporto con la natura… Il libro della natura è uno e indivisibile, sul versante dell'ambiente come sul versante della vita, della sessualità, del matrimonio, della famiglia, delle relazioni sociali, in una parola dello sviluppo umano integrale. I doveri che abbiamo verso l'ambiente si collegano con i doveri che abbiamo verso la persona considerata in se stessa e in relazione con gli altri. Non si possono esigere gli uni e conculcare gli altri. Questa è una grave antinomia della mentalità e della prassi odierna, che avvilisce la persona, sconvolge l'ambiente e danneggia la società”.
Affermava ancora Benedetto XVI nella Giornata per la pace il 1° gennaio 2007:

Accanto all'ecologia della natura c'è dunque un'ecologia che potremmo dire “umana”, la quale a sua volta richiede una ”ecologia sociale”. E ciò comporta che l'umanità, se ha a cuore la pace, debba tenere sempre più presenti le connessioni esistenti tra l'ecologia naturale, ossia il rispetto della natura, e l'ecologia umana. L'esperienza dimostra che ogni atteggiamento irrispettoso verso l'ambiente reca danni alla convivenza umana, e viceversa. Sempre più chiaramente emerge un nesso inscindibile tra la pace con il creato e la pace tra gli uomini. L'una e l'altra presuppongono la pace con Dio. La poesia-preghiera di San Francesco, nota anche come « Cantico di Frate Sole », costituisce un mirabile esempio — sempre attuale — di questa multiforme ecologia della pace”.
Interessante risulta, inoltre, quanto detto da Benedetto XVI nell’Udienza del 26 agosto 2009 , riprendendo la Caritas in veritate:

Il creato, materia strutturata in modo intelligente da Dio, è affidato dunque alla responsabilità dell’uomo, il quale è in grado di interpretarlo e di rimodellarlo attivamente, senza considerarsene padrone assoluto. L’uomo è chiamato piuttosto ad esercitare un governo responsabile per custodirlo, metterlo a profitto e coltivarlo, trovando le risorse necessarie per una esistenza dignitosa di tutti.

domenica 24 maggio 2015

Martirio, ministero, missione

La Cei ha chiesto di dedicare la Veglia di Pentecoste ai “martiri nostri contemporanei”, ai cristiani perseguitati, vessati e uccisi a causa della fede in Cristo e fare proprio il monito a “rompere il muro dell’indifferenza e del cinismo”. E così è stato ieri notte con una risposta che da nord a sud ha unito la Chiesa italiana.
 
Ad Assisi, nella cattedrale di san Rufino, il vescovo diocesano, mons. Domenico Sorrentino, nella sua omelia ha proprio esordito evocando il “martirio” del nostro tempo, che vede vittime per la fede tanti fratelli cristiani. Un martirio per noi attualmente lontano, ma che potrebbe diventare prossimo e di fronte al quale bisogna tenersi pronti da cristiani ad accettarlo.
 
Il presule di Assisi-Nocera U.-Gualdo T. si è poi richiamato al concetto di “ministero”, essendo la veglia di Pentecoste, per prassi ecclesiale, l’occasione per il conferimento dei ministeri istituiti di lettore e di accolito, nonché per ricevere il mandato di collaboratore al servizio della Parola e di ministro straordinario dell’Eucaristia. Al riguardo, si ricorda che nel 1973 il beato Paolo VI pubblicò la lettera apostolica Ministeria quaedam, stabilendo i ministeri laicali di lettore e di accolito, da conferire a tutti i candidati ai sacri ordini. La disciplina della materia è stata poi recepita con il Codice di diritto canonico del 1983. Il can. 230 § 1 in particolare statuisce: “I laici di sesso maschile, che abbiano l'età e le doti determinate con decreto dalla Conferenza Episcopale, possono essere assunti stabilmente, mediante il rito liturgico stabilito, ai ministeri di lettori e di accoliti; tuttavia tale conferimento non attribuisce loro il diritto al sostentamento o alla rimunerazione da parte della Chiesa”.
Detti ministeri, tuttavia, non esauriscono quelle funzioni che la Chiesa riconosce sulla base della vocazione battesimale dei fedeli laici, uomini e donne, espressa in una forma non generica di apostolato (cfr. AA, 10) e corrispondente ai fini ecclesiali propri della comunità cristiana. Funzioni che trovano nell’ambito parrocchiale la loro specifica attuazione: catechisti, animatori della carità, lettori della Parola nella liturgia, ministri della comunione eucaristica, animatori della liturgia, incaricati per la preparazione degli ambienti dove si svolge il culto. Il legislatore riconosce, dunque, che all’interno della celebrazione eucaristica trovano la loro primaria collocazione alcune funzioni che si configurano tramite un incarico temporaneo (can 230 § 2), oppure come supplenza ad alcuni degli uffici dei lettori e degli accoliti (can 230 § 3).
 
Infine, mons. Sorrentino si è soffermato sulla “missione” affidata da Cristo redentore alla Chiesa, e dunque ad ogni fedele, di diffondere il Vangelo, affinché sia fatta la volontà del Padre. Puntuale, perciò, l’ammonizione del vescovo ad interrogarsi, con lo sguardo al cenacolo di Gerusalemme, a che punto è la propria ”Pentecoste”, qui ed ora.

domenica 17 maggio 2015

Famiglia, realtà concreta da vivere nella gratuità dell’amore complementare

La famiglia il tema della 49esima Giornata mondiale delle Comunicazioni sociali, che la Chiesa celebra oggi e per la quale il papa Francesco ha indirizzato il consueto Messaggio dal titolo "Comunicare la famiglia: ambiente privilegiato dell'incontro nella gratuità dell'amore". 

 La prima comunicazione è quella della vita che nasce dalla differenza di maschio e femmina, e si trasmette tra le generazioni, attraverso l’ineludibile incontro tra il maschile e femminile che dà origine a qualcosa di nuovo e irripetibile nel segno di un dono ricevuto e non di un mero prodotto umano. 

Papa Francesco scrive:

“Anche dopo essere venuti al mondo restiamo in un certo senso in un “grembo”, che è la famiglia. Un grembo fatto di persone diverse, in relazione: la famiglia è il «luogo dove si impara a convivere nella differenza» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 66). Differenze di generi e di generazioni, che comunicano prima di tutto perché si accolgono a vicenda, perché tra loro esiste un vincolo. E più largo è il ventaglio di queste relazioni, più sono diverse le età, e più ricco è il nostro ambiente di vita. È il legame che sta a fondamento della parola, che a sua volta rinsalda il legame. Le parole non le inventiamo: le possiamo usare perché le abbiamo ricevute. E’ in famiglia che si impara a parlare nella “lingua materna”, cioè la lingua dei nostri antenati (cfr 2 Mac 7,25.27). In famiglia si percepisce che altri ci hanno preceduto, ci hanno messo nella condizione di esistere e di potere a nostra volta generare vita e fare qualcosa di buono e di bello. Possiamo dare perché abbiamo ricevuto, e questo circuito virtuoso sta al cuore della capacità della famiglia di comunicarsi e di comunicare; e, più in generale, è il paradigma di ogni comunicazione”.
Per questo oggi, in presenza degli “irrinunciabili media più moderni”, c’è bisogno di “reimparare a raccontare, non semplicemente a produrre e consumare informazione “, orientando così il “rapporto con le tecnologie, invece che farci guidare da esse”. 

Al riguardo, il Pontefice aggiunge: 
“L’informazione è importante ma non basta, perché troppo spesso semplifica, contrappone le differenze e le visioni diverse sollecitando a schierarsi per l’una o l’altra, anziché favorire uno sguardo d’insieme”. E infatti, in conclusione Francesco afferma: “I media tendono a volte a presentare la famiglia come se fosse un modello astratto da accettare o rifiutare, da difendere o attaccare, invece che una realtà concreta da vivere; o come se fosse un’ideologia di qualcuno contro qualcun altro, invece che il luogo dove tutti impariamo che cosa significa comunicare nell’amore ricevuto e donato. Raccontare significa invece comprendere che le nostre vite sono intrecciate in una trama unitaria, che le voci sono molteplici e ciascuna è insostituibile”.

sabato 9 maggio 2015

La rotta dell’amore

Nelle ultime due udienze del mercoledì, papa Francesco ha toccato il tema del matrimonio alla luce dell’amore “per sempre”.
 
Il Pontefice non ha omesso di considerare la realtà odierna  che privilegia la “cultura del provvisorio”, per cui “le persone che si sposano sono sempre di meno; questo è un fatto: i giovani non vogliono sposarsi. In molti Paesi aumenta invece il numero delle separazioni, mentre diminuisce il numero dei figli. La difficoltà a restare assieme – sia come coppia, sia come famiglia – porta a rompere i legami con sempre maggiore frequenza e rapidità, e proprio i figli sono i primi a portarne le conseguenze. Ma pensiamo che le prime vittime, le vittime più importanti, le vittime che soffrono di più in una separazione sono i figli. Se sperimenti fin da piccolo che il matrimonio è un legame “a tempo determinato”, inconsciamente per te sarà così. In effetti, molti giovani sono portati a rinunciare al progetto stesso di un legame irrevocabile e di una famiglia duratura”.
 
Francesco ha evidenziato la peculiarità del “matrimonio consacrato da Dio” che “custodisce quel legame tra l’uomo e la donna che Dio ha benedetto fin dalla creazione del mondo; ed è fonte di pace e di bene per l’intera vita coniugale e familiare”. Per la qualcosa, “il seme cristiano della radicale uguaglianza tra i coniugi deve oggi portare nuovi frutti. La testimonianza della dignità sociale del matrimonio diventerà persuasiva proprio per questa via, la via della testimonianza che attrae, la via della reciprocità fra loro, della complementarietà fra loro”.
 
Ecco allora che il sacramento del matrimonio  “è un grande atto di fede e di amore: testimonia il coraggio di credere alla bellezza dell’atto creatore di Dio e di vivere quell’amore che spinge ad andare sempre oltre, oltre sé stessi e anche oltre la stessa famiglia. La vocazione cristiana ad amare senza riserve e senza misura è quanto, con la grazia di Cristo, sta alla base anche del libero consenso che costituisce il matrimonio”.
 
E ancora, il Vescovo di Roma si è soffermato su un ulteriore effetto dello  “sposarsi nel Signore” relativo alla  dimensione missionaria, e cioè che "gli sposi cristiani partecipano in quanto sposi alla missione della Chiesa". Impegno non da poco, tanto che il Papa ha esclamato:  "Ci vuole coraggio per questo! Perciò quando io saluto i novelli sposi, dico: “Ecco i coraggiosi!”, perché ci vuole coraggio per amarsi così come Cristo ama la Chiesa”.

sabato 2 maggio 2015

Complementarità, matrimonio e famiglia

Papa Francesco, sull’onda del cammino sinodale sulla Famiglia, ha deciso di dedicare durante quest’anno le meditazioni delle udienze del mercoledì   proprio al tema della famiglia. E così il Santo Padre ha parlato della madre,  del padre, dei figli dei fratelli, dei nonni, dei bambini.

All’udienza del 15 aprile scorso,   e a quella successiva,   il Vescovo di Roma si è soffermato sull’essere “maschio e femmina”, cioè sulla differenza e sulla complementarità tra l’uomo e la donna, partendo dal primo racconto della creazione (Gen 1,27). Il Papa, ricordando che l’uomo e la donna individualmente presi e come coppia sono immagine di Dio, ha evidenziato che “La differenza tra uomo e donna non è per la contrapposizione, o la subordinazione, ma per la comunione e la generazione, sempre ad immagine e somiglianza di Dio”. E dunque “per conoscersi bene e crescere armonicamente l’essere umano ha bisogno della reciprocità tra uomo e donna”.
 
Evocando la teoria del gender e i rischi ad essa sottesi, il Pontefice ha detto:” La rimozione della differenza, infatti, è il problema, non la soluzione. Per risolvere i loro problemi di relazione, l’uomo e la donna devono invece parlarsi di più, ascoltarsi di più, conoscersi di più, volersi bene di più. Devono trattarsi con rispetto e cooperare con amicizia. Con queste basi umane, sostenute dalla grazia di Dio, è possibile progettare l’unione matrimoniale e familiare per tutta la vita… Dio ha affidato la terra all’alleanza dell’uomo e della donna: il suo fallimento inaridisce il mondo degli affetti e oscura il cielo della speranza “. Francesco ha anche auspicato, proprio in nome della reciprocità fra uomini e donne, di fare di più in favore della donna nella società e nella stessa Chiesa, operando “con più creatività e audacia”.
 
Proseguendo col secondo racconto della creazione dell’essere umano (Gen 2), papa Bergoglio ha voluto mettere in luce la solitudine di Adamo nel giardino prima di "incontrare" Eva, per richiamare la necessità per l’uomo della reciprocità con la donna: “Quando finalmente Dio presenta la donna, l’uomo riconosce esultante che quella creatura, e solo quella, è parte di lui: «osso dalle mie ossa, carne dalla mia carne» (2,23). Finalmente c’è un rispecchiamento, una reciprocità…La donna non è una “replica” dell’uomo; viene direttamente dal gesto creatore di Dio. L’immagine della “costola” non esprime affatto inferiorità o subordinazione, ma, al contrario, che uomo e donna sono della stessa sostanza e sono complementari e che hanno anche questa reciprocità. E il fatto che – sempre nella parabola – Dio plasmi la donna mentre l’uomo dorme, sottolinea proprio che lei non è in alcun modo una creatura dell’uomo, ma di Dio. Suggerisce anche un’altra cosa: per trovare la donna - e possiamo dire per trovare l’amore nella donna -, l’uomo prima deve sognarla e poi la trova” .
 
Tutto questo, è il caso di dirlo e il Papa non si tira indietro, con buona pace di quanto la storia ci testimonia con le distorsioni “patriarcali”, ovvero “con le molteplici forme di maschilismo dove la donna era considerata di seconda classe”, per giungere alla “strumentalizzazione e mercificazione del corpo femminile nell’attuale cultura mediatica”. Pure su questo il Papa ha sollecitato una “un’alleanza fra uomo e donna che sia capace, al tempo stesso, di affinare l’intimità della comunione e di custodire la dignità della differenza”, riportando “in onore il matrimonio e la famiglia!”, con la certezza che “Dio stesso cura e protegge il suo capolavoro”.