martedì 2 agosto 2016

“Perdono di Assisi, cammino di Chiesa”

Celebrata la festa del Perdono della Porziuncola a S. Maria degli Angeli, per coglierne “il senso e l’attualità nell’attuale contesto storico” è utile riprendere la Lettera pastorale del Vescovo di Assisi-Nocera U.- Gualdo T. , mons. Domenico Sorrentino, data il 29 giugno 2016 e rivolta ai fedeli della Diocesi e ai pellegrini nell’VIII centenario (1216 – 2016) dell’indulgenza.
 
Indulgenza ottenuta da parte di papa Onorio III da san Francesco, che dando la notizia del “perdono”, il 2 agosto 1216, esclamò: «Io vi voglio mandare tutti in Paradiso!».
 
" La Porziuncola “ – scrive mons. Sorrentino – “diveniva una porta del cielo. Aperta soprattutto per i semplici e poveri. Casa dove la presenza di Dio si percepisce come una carezza e le pietre hanno il calore di un grembo materno. Tutto vi dice semplicità, non disturbata, anzi evidenziata, dall’arte che la decora, specialmente nell’Annunciazione in cui la Vergine è tutta ascolto, plasmata dallo Spirito, pronta per l’incarnazione del Verbo di Dio”.
 
Per spiegare il senso dell’indulgenza, il vescovo evidenzia il rapporto col peccato e gli effetti di questo: “Alcune conseguenze di esso ci affliggono persino quando esso è stato perdonato. Difficilmente infatti portiamo nella confessione una contrizione così profonda da aprire alla grazia tutte le fibre del nostro essere. Il peccato lascia in noi delle “scorie” dolorose. La teologia ne parla in termini di “pena”. Espressione che non dev’essere intesa come se si trattasse di punizione inflitta da Dio in nome di una giustizia “vendicativa”. Piuttosto, come spiega il Catechismo della Chiesa Cattolica, si tratta di qualcosa «derivante dalla natura stessa del peccato» (CCC 1472).
 
Peccato, dunque, come “malattia dell’anima”, che va curata: “In funzione di questa “cura”, nell’antica maniera di celebrare il sacramento della riconciliazione, che registrò diverse fasi e forme, erano previsti atti gravosi di penitenza. Col tempo si affermò una diversa pedagogia: una sorta di cura “intensiva” della misericordia, che, sulla base del perdono sacramentale ottenuto col pentimento sincero e il proposito di vita nuova, consiste nell’implorazione ecclesiale, dunque non solo individuale, di una grazia ulteriore che spinga a una risposta sempre più profonda all’amore di Dio. Nasce così l’attuale prassi dell’indulgenza” che “ espande in noi l’efficacia del perdono sacramentale, favorendo un’apertura a Dio così profonda, da disporre il nostro cuore all’incontro definitivo con Lui, quando lo vedremo così come Egli è (cf 1Gv 3,2)”.
 
Il pastore di Assisi-Nocera U.-Gualdo T. aggiunge che rivere l’indulgenza in Porziuncola “sotto lo sguardo tenero della Madre, è un po’ come lasciarci curare in un singolare “ambulatorio”, in cui Gesù, il medico divino, nella misura della nostra docilità, toglie da noi il “cuore di pietra” e ci dona un “cuore di carne”: il suo stesso cuore! «Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo» (Ez 36,36)”.
 
Indulgenza che diventa così “una energia interiore con cui lo Spirito Santo dà nuova forza al nostro impegno”. Ma l’indulgenza, attraverso la preghiera “fatta in fraterna unità” è pure  un fatto ecclesiale, andando oltre il semplice impegno individuale: “«Se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà» (Mt 18,19). Preghiera, a maggior ragione, efficace, quando vi è coinvolta, attraverso il ministero del Papa, l’intera Chiesa. Da Onorio III, che concesse questo dono alla Porziuncola, a papa Francesco, che viene a visitarla per ricevere egli stesso questo dono, brilla in Porziuncola il servizio del successore di Pietro all’unità e alla santità della Chiesa: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa» (Mt 16,18). Gesù non cessa di onorare la sua promessa”.  

E infatti, “ Con l’indulgenza si fa una singolare esperienza della comunione ecclesiale, quella che il Simbolo degli Apostoli chiama anche “comunione dei santi”. Legame profondo che ci unisce a Cristo e tra di noi, e che ha nell’Eucaristia il fondamento e il vertice”.  

E ancora, “…nell’implorare l’indulgenza, è la preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre. Anche qui in sintonia col Poverello, che amò tanto il Vicario di Cristo. È provvidenziale a tal fine che, in questo Anno della misericordia, papa Francesco abbia scelto di venire alla Porziuncola, pellegrino tra i pellegrini. Lo accogliamo con gioia. Aderiamo al suo magistero. Preghiamo per lui…”.
 
E infine, ma non da ultimo, nel segno della solidarietà, “L’indulgenza fu per Francesco anche un regalo per la gente più umile e priva di mezzi, in un tempo in cui procurarsi questo beneficio spirituale imponeva costosi e lunghi pellegrinaggi. Francesco chiese al Papa una indulgenza “senza obolo”. A misura dunque dei nullatenenti!”.
 
 
 
 

 

 

 

 
 
 
 
 
 

 

domenica 24 luglio 2016

"La ricerca del volto di Dio"

È dedicata alla vita contemplativa femminile la Costituzione apostolica Vultum Dei quaerere,   firmata da Papa Francesco il 29 giugno scorso e presentata il successivo 22 luglio, nel giorno in cui la Chiesa ha celebrato per la prima volta la “festa” liturgica di Maria Maddalena.
La Vultum Dei quaerere, “La ricerca del volto di Dio”, viene data con la forma della Costituzione apostolica, cioè di un documento solenne che sottolinea l’importanza della materia e arriva a 66 anni dalla pubblicazione della precedente Costituzione Sponsa Christi (1950) di Pio XII.
 
E’ lo stesso Francesco a precisare la ratio di questo suo atto magisteriale: “A cinquant’anni dal Concilio Vaticano II, dopo le dovute consultazioni e attento discernimento, ho ritenuto necessario offrire alla Chiesa, con particolare riferimento ai monasteri di rito latino, la presente Costituzione Apostolica, che tenesse conto sia dell’intenso e fecondo cammino percorso dalla Chiesa stessa negli ultimi decenni, alla luce degli insegnamenti del Concilio Ecumenico Vaticano II, sia delle mutate condizioni socio-culturali. Questo tempo ha visto un rapido progresso della storia umana: con essa è opportuno intessere un dialogo che però salvaguardi i valori fondamentali su cui è fondata la vita contemplativa, la quale, attraverso le sue istanze di silenzio, di ascolto, di richiamo all’interiorità, di stabilità, può e deve costituire una sfida per la mentalità di oggi. Con questo Documento desidero ribadire il mio personale apprezzamento, unitamente al riconoscimento grato di tutta la Chiesa, per la singolare forma di sequela Christi che conducono le monache di vita contemplativa, che per non poche è vita integralmente contemplativa, dono inestimabile e irrinunciabile che lo Spirito Santo continua a suscitare nella Chiesa” (n.8).
Al documento, che si chiude con 14 articoli dispositivi, seguirà una nuova Istruzione che sarà redatta dalla competente Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica e che riguarderà i temi indicati al n. 12 del documento e cioè: formazione, preghiera, Parola di Dio, Eucaristia e Riconciliazione, vita fraterna in comunità, autonomia, federazioni, clausura, lavoro, silenzio, mezzi di comunicazione e ascesi. La Costituzione, tiene conto del cammino percorso dalla Chiesa negli ultimi decenni e delle mutate condizioni socio-culturali ed è rivolta, appunto, alle religiose contemplative che, secondo le statistiche, sono circa quaranta mila nel mondo, di cui oltre la metà è presente in Europa, dove si trovano anche la maggior parte dei quattro mila monasteri. Segue l’America del Sud e del Nord, l’Asia, l’Africa e l’Oceania.
 
Papa Francesco ha inteso evocare il cammino ecclesiale compiuto attraverso il Magistero conciliare e pontificio, che ha manifestato sempre una particolare sollecitudine nei confronti di tutte le forme di vita consacrata. Per questo il Pontefice ha citato le fonti di riferimento, tra le quali particolare attenzione meritano con riferimento al Vaticano II la Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium e il Decreto sul rinnovamento della vita religiosa Perfectae caritatis. “Il primo colloca la vita consacrata all’interno dell’ecclesiologia del popolo di Dio, al quale appartiene a pieno titolo, per la comune chiamata alla santità e per le sue radici nella consacrazione battesimale. Il secondo chiede ai consacrati un rinnovamento adeguato alle mutate condizioni dei tempi, offrendo i criteri irrinunciabili di tale rinnovamento: fedeltà a Cristo, al Vangelo, al proprio carisma, alla Chiesa e all’uomo di oggi” (n. 7). Così come, aggiunge il Pontefice: “Non possiamo dimenticare l’Esortazione apostolica post-sinodale Vita consecrata, del mio predecessore san Giovanni Paolo II. Questo documento, che raccoglie la ricchezza del Sinodo dei Vescovi sulla vita consacrata, contiene elementi sempre molto validi per continuare il rinnovamento della vita consacrata e rinvigorirne la significatività evangelica nel nostro tempo (cfr soprattutto nn. 59 e 68)” (ibidem).
 
E ancora, il Papa si diffonde con la citazione di altre disposizioni contenute in successivi documenti come il Catechismo della Chiesa Cattolica, promulgato l’11 ottobre 1992 (cfr. n. 7). Nell’illustrare il contenuto della contemplazione, che porta ad avere “una mente limpida, in cui risuonano le vibrazioni del Verbo e la voce dello Spirito quale soffio di brezza leggera (cfr 1 Re 19,12)”, il Papa ricorda tuttavia che “In questa quiete silenziosa e assorta della mente e del cuore si possono insinuare varie tentazioni, per cui la vostra contemplazione può diventare terreno di combattimento spirituale, che voi sostenete coraggiosamente a nome e a beneficio della Chiesa intera, che vi sa sentinelle fedeli, forti e tenaci nella lotta. Tra le tentazioni più insidiose per un contemplativo, ricordiamo quella chiamata dai padri del deserto “demonio meridiano”: è la tentazione che sfocia nell’apatia, nella routine, nella demotivazione, nell’accidia paralizzante” (n. 11).
 
Quanto ai dodici temi della vita consacrata in generale e, in particolare, della tradizione monastica indicati al n. 12, circa la formazione, mentre si precisa che essa "tende a un’armonica condizione di comunione con Dio e con le sorelle, all’interno di una atmosfera di silenzio protetto dalla clausura quotidiana" (n. 13), Francesco ammonisce ad avere "attenzione al discernimento vocazionale e spirituale, senza lasciarsi prendere dalla tentazione del numero e della efficienza" (n. 15). Viene messa in evidenza poi l’importanza e l’utilità per la vita della Chiesa della preghiera di intercessione per coloro che si trovano in stato di disagio e povertà, facendo esperienza della misericordia risanatrice del Signore (cfr. n. 16).
 
E ancora si richiama la centralità della Parola di Dio per la vita monastica sul piano personale e comunitario (cfr. n. 19), unitamente ai sacramenti dell’Eucaristia e della Riconciliazione, ove il primo “introduce quotidianamente nel mistero dell’amore, che è amore sponsale: «Cristo è lo Sposo della Chiesa come Redentore del mondo” (cfr. n. 22). E “Dall’Eucaristia scaturisce l’impegno di conversione continua, che trova la sua espressione sacramentale nella Riconciliazione. La frequente celebrazione personale o comunitaria del sacramento della Riconciliazione o della Penitenza sia per voi occasione privilegiata per contemplare il volto misericordioso del Padre, Gesù Cristo, per rinnovare il vostro cuore e purificare il vostro rapporto con Dio nella contemplazione. Dall’esperienza gioiosa del perdono ricevuto da Dio in questo sacramento scaturisce la grazia di diventare profeti e ministri di misericordia e strumenti di riconciliazione, perdono e pace, profeti e ministri di cui il nostro mondo oggi ha particolarmente bisogno” (n.23).
 
Il Papa ricorda a proposito della vita fraterna in comunità (cfr. nn. 24-26) “ che gli uomini e le donne del nostro tempo si aspettano da voi una testimonianza di vera comunione fraterna che con forza manifesti, nella società segnata da divisioni e disuguaglianze, che è possibile e bello vivere insieme (cfr Sal 133,1), nonostante le differenze generazionali, di formazione e, a volte, culturali. Le vostre comunità siano segni credibili che queste differenze, lungi dal costituire un impedimento alla vita fraterna, la arricchiscono. Ricordatevi che unità e comunione non significano uniformità, e che si nutrono di dialogo, condivisione, aiuto reciproco e profonda umanità, specialmente nei confronti dei membri più fragili e bisognosi” (n. 26).
 
Dopo aver toccato aspetti riguardanti la vita organizzata delle comunità (cfr. nn. 28-31), Francesco si sofferma sul lavoro, per il quale dice: “Sia per voi ancora e sempre valido il motto della tradizione benedettina “ora et labora”, che educa a trovare un rapporto equilibrato tra la tensione verso l’Assoluto e l’impegno nelle responsabilità quotidiane, tra la quiete della contemplazione e l’alacrità nel servizio” (n. 32). Per il chiasso esteriore ed interiore del nostro tempo, appare quanto mai opportuno il richiamo ad una peculiarità della vita contemplativa data dal silenzio: “…considero importante prestare attenzione al silenzio abitato dalla Presenza, come spazio necessario di ascolto e di ruminatio della Parola e presupposto per uno sguardo di fede che colga la presenza di Dio nella storia personale, in quella dei fratelli e delle sorelle che il Signore vi dona e nelle vicende del mondo contemporaneo. Il silenzio è vuoto di sé stessi per fare spazio all’accoglienza…” (n. 33).
 
E rimanendo su questa lunghezza d’onda il successivo passaggio tocca i mezzi di comunicazione: “Nella nostra società la cultura digitale influisce in modo decisivo nella formazione del pensiero e nel modo di rapportarsi con il mondo e, particolarmente, con le persone. Questo clima culturale non lascia immuni le comunità contemplative. Certamente questi mezzi possono essere strumenti utili per la formazione e la comunicazione, ma vi esorto a un prudente discernimento affinché siano al servizio della formazione alla vita contemplativa e delle comunicazioni necessarie, e non occasione di dissipazione o di evasione dalla vita fraterna in comunità, né danno per la vostra vocazione, né ostacolo per la vostra vita interamente dedita alla contemplazione.
 
Infine l’ascesi, per liberarsi da tutto quello che è proprio della “mondanità” e vivere secondo la logica del Vangelo col dono di sé, rispondendo “alle attese dei fratelli e delle sorelle, nonché alle esigenze morali e spirituali intrinseche a ciascuno dei tre consigli evangelici da voi professati con voto solenne. A questo proposito, la vostra vita interamente donata acquista un forte senso profetico: sobrietà, distacco dalle cose, consegna di sé stessi nell’obbedienza, trasparenza nelle relazioni…” (n. 35).
In conclusione, Papa Bergoglio afferma: “ Il mondo e la Chiesa hanno bisogno di voi, come “fari” che illuminano il cammino degli uomini e delle donne del nostro tempo. Questa sia la vostra profezia. La vostra scelta non è un fuggire dal mondo per paura, come alcuni pensano. Voi continuate a stare nel mondo, senza essere del mondo (cfr Gv 18,19) e, benché separate da esso, mediante segni che esprimono la vostra appartenenza a Cristo, non cessate di intercedere costantemente per l’umanità, presentando al Signore i suoi timori e le sue speranze, le sue gioie e le sue sofferenze” (n. 36).

giovedì 2 giugno 2016

Cambiare il mondo a partire da Assisi

Uno slogan ambizioso e per taluno pure temerario quello scelto da Stefania Proietti per definire il suo progetto per Assisi, candidandosi alla carica di Sindaco della città serafica.
 
Un progetto che nasce civico, aperto cioè ai contributi di quanti, senza pregiudizi ideologici, lo condividono e che ha portato comunque all’adesione di forze politiche importanti quali il partito democratico e di altri movimenti politici.
Un progetto che guarda alla persona umana a partire dai più fragili e bisognosi. Ed è per questo che privilegia in modo peculiare e distinto le risorse e la salvaguardia del creato. Un progetto tanto coraggioso quanto rivoluzionario per il governo di una città-simbolo nel mondo nel segno di san Francesco.
 
Un progetto di cui si fa carico in prima persona una donna giovane, coniugata cristianamente e madre di due figli, docente universitario in “Energy Systems and Internal Combustion Engines” e professionista di successo nel campo dell’ingegneria ecosostenibile, con riconoscimenti internazionali sia nel mondo civile che ecclesiale.
Un progetto che dà una visione strategica, sottratta alla logica del giorno per giorno e, quindi, dettagliata con precisi interventi che sono impegni verso i cittadini nell’arco della durata della consiliatura che verrà eletta il prossimo 5 giugno, salvo l’eventuale ballottaggio del 19 dello stesso mese.
 
Un programma, articolato in 10 punti, che tocca l’organizzazione e l’utilizzo della città, la tutela dell’ambiente e lo sviluppo sostenibile; l’innovazione; la sicurezza e la legalità; la partecipazione; la formazione, scuola, educazione, università; l’associazionismo, il volontariato , cooperazione e terzo settore; comunicazione e media; Assisi smart city. Un programma che, in un’ottica antropologica definita, procede dai servizi alla famiglia e alle persone per la vita (sportello del cittadino; asilo nido comunale; promozione asili nido aziendali, incentivazione con il libero associazionismo di attività di animazione territoriale per le persone sole e gli anziani; banca del tempo; reti di solidarietà; promozione di una vera cultura della famiglia con relative iniziative di sostegno alla genitorialità; prevenzione delle diverse forme di violenza sulle donne e degli atti di bullismo tra i ragazzi; progetti di solidarietà e inclusione).
 
 
Un programma credibile perché interpretato da uomini e donne che, ricchi solo della propria esperienza di vita, in modo disinteressato, si sono uniti a Stefania Proietti, mettendo al servizio del bene del Comune assisiate le proprie competenze e , perciò, meritandosi la fiducia degli elettori.

mercoledì 18 maggio 2016

Dal Sinodo alla sinodalità

Nella veglia di Pentecoste di sabato scorso, mons. Domenico Sorrentino, vescovo di Assisi-Nocera U.-Gualdo T. , ha consegnato alla comunità diocesana il Libro del Sinodo dal titolo eloquente Tu sei la nostra GIOIA!
 
Si tratta - come si legge nella premessa – di una “tabella di marcia”, di “Uno strumento di comunione per un popolo in cammino, desideroso di rendere il suo passo più sicuro e spedito, avendo ben chiaro il traguardo”.
 
Concluse le sessioni sinodali proprio un anno fa di questi tempi, la Chiesa che è in Assisi-Nocera U.-Gualdo T. ha ricevuto quindi dal suo Vescovo la “norma pastorale”, presentata così dallo stesso presule:
“Come concludere il Sinodo, se non aprendoci al vento e al fuoco dello Spirito? È per questo che consegno i decreti sinodali nella solennità di Pentecoste! Vogliamo implorare una nuova effusione dello Spirito, che dia alla nostra Chiesa vigore e slancio per il cammino che la attende. Quanto il Signore ci ha ispirato in questi anni di riflessione ci dà una grande responsabilità. Abbiamo pregato, ci siamo confrontati, abbiamo deciso”.
A proposito della natura e funzione del Sinodo e delle sue conclusioni, mons. Sorrentino spiega:
“Ora è venuto il momento che mi impegna direttamente. La cura pastorale che Cristo stesso esercita, esprimendola in maniere diverse e complementari nell'insieme del suo corpo che è la Chiesa, assume una speciale connotazione nel servizio di coloro che, con l'ordinazione episcopale, sono chiamati ad essere, a suo nome, padri e pastori. Su questa base si comprende quanto prescritto dal Codice di diritto canonico: «Nel Sinodo diocesano l'unico legislatore è il Vescovo diocesano, mentre gli altri membri del Sinodo hanno solamente voto consultivo: lui solo sottoscrive le dichiarazioni e i decreti sinodali che possono essere resi pubblici soltanto per la sua autorità» (can. 466). Questo impianto giuridico, incardinato sulla decisionalità del Vescovo, potrebbe suonare mortificante rispetto al lavoro comune. Forse, nel cammino mai compiuto di rinnovamento spirituale e pastorale della Chiesa, il futuro conoscerà forme e ambiti di più larga decisionalità comunitaria. Ma, in definitiva, in qualunque assetto giuridico, ciò che è davvero importante è dare il primato alla Parola di Dio e all'azione del suo Santo Spirito. Attraverso il dialogo tra la formazione del consenso comunitario e l'espressione autoritativa dei pastori si è tutti in ascolto della voce di Cristo, il «Pastore grande delle pecore» (Eb 13, 20). Adempio così, in questo Libro, al mio dovere di rileggere le proposizioni a me offerte dall'assemblea sinodale, trasformandole in decreti per tutti. Userò un tono discorsivo, e non di arida legislazione. Si tratta tuttavia di un indirizzo normativo e non solo esortativo”.
Il testo si articola in dodici capitoli e una conclusione, per un totale di 197 pagine in calce alle quali c’è la firma del pastore Domenico. Sulla scia dei lavori sinodali, mons. Sorrentino in questa “legge” riporta “Il Vangelo della Gioia. Ripartire da Gesù” nel cap. I; e quindi gli altri temi toccati e statuiti nei successivi capitoli: “Vino nuovo in otri nuovi. Il coraggio del rinnovamento”; “Sinodalità. L’arte di camminare insieme”; “Il seminatore uscì a seminare. Evangelizzazione e catechesi”; “In spirito e verità. Liturgia,preghiera personale,pietà popolare”; “Famiglia di famiglie. Una nuova immagine di parrocchia”; Pastorale della Famiglia. Direttive per un tempo di crisi”; “Scommettere sui giovani. Per un futuro di speranza”; “ Ne ebbe compassione. Elemosina, condivisione e carità politica”; “Dove lo spirito soffia. Santuari per evangelizzare”; “Storia, cultura e mass media. Al servizio dell’evangelizzazione”; “Economia e strutture. Un uso evangelico”.
 
 
Il tutto condensato nella segno della sinodalità, che non è –come precisa l’Arcivescovo Sorrentino- “un fatto organizzativo” , ma un “evento spirituale” che “esprime il superamento dell’individualismo e la scelta di camminare insieme”, costituendo “una dimensione che appartiene alla vita cristiana: Gesù ci rende un corpo solo (cf. 1 Cor 12,12), tralci dell’unica vite (cf. Gv 15)”.

venerdì 6 maggio 2016

"Sogno un Europa"



Papa Francesco è stato insignito del Premio europeo Carlo Magno, il prestigioso riconoscimento consegnato a personalità che si sono distinte per il loro lavoro a favore della pace e dell'integrazione europee. 

Sorto nel 1949 per volontà di un gruppo di cittadini di Aquisgrana, consiste, insieme all'attestato e al conferimento di un premio simbolico pari a 5.000 euro, in una medaglia raffigurante l'immagine di Carlo Magno sul trono, tratta dal più antico sigillo della città. In passato è stato assegnato a statisti quali i fondatori dell'Unione Europea (Alcide De Gasperi, Jean Monnet, Konrad Adenauer, Paul-Henri Spaak, Robert Schuman). Ma anche a personalità come frère Roger Schutz di Taizé e nel 2004 lo ricevette  san Giovanni Paolo II. 


Come da prassi il vincitore ha rivolto un discorso. Papa Francesco ha richiamato l’importanza  di una “ trasfusione della memoria” che permetta di “ispirarci al passato per affrontare con coraggio il complesso quadro multipolare dei nostri giorni, accettando con determinazione la sfida di “aggiornare” l’idea di Europa. Un’Europa capace di dare alla luce un nuovo umanesimo basato su tre capacità: la capacità di integrare, la capacità di dialogare e la capacità di generare”.


 Ma è nella chiusa del discorso che il Papa scandisce, con la metafora del sogno, le tappe di un cammino europeo aperto alla speranza:  “Sogno un’Europa giovane, capace di essere ancora madre: una madre che abbia vita, perché rispetta la vita e offre speranze di vita. Sogno un’Europa che si prende cura del bambino, che soccorre come un fratello il povero e chi arriva in cerca di accoglienza perché non ha più nulla e chiede riparo. Sogno un’Europa che ascolta e valorizza le persone malate e anziane, perché non siano ridotte a improduttivi oggetti di scarto. Sogno un’Europa, in cui essere migrante non è delitto, bensì un invito ad un maggior impegno con la dignità di tutto l’essere umano. Sogno un’Europa dove i giovani respirano l’aria pulita dell’onestà, amano la bellezza della cultura e di una vita semplice, non inquinata dagli infiniti bisogni del consumismo; dove sposarsi e avere figli sono una responsabilità e una gioia grande, non un problema dato dalla mancanza di un lavoro sufficientemente stabile. Sogno un’Europa delle famiglie, con politiche veramente effettive, incentrate sui volti più che sui numeri, sulle nascite dei figli più che sull’aumento dei beni. Sogno un’Europa che promuove e tutela i diritti di ciascuno, senza dimenticare i doveri verso tutti. Sogno un’Europa di cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stato la sua ultima utopia”.

sabato 9 aprile 2016

Amoris laetitia: "unità dottrinale nella pluralità pastorale".

Tanto attesa, è arrivata puntualmente Amoris laetitia (AL - “La gioia dell’amore”), l’Esortazione apostolica post-sinodale di papa Francesco “sull’amore nella famiglia”, datata 19 marzo, Solennità di San Giuseppe.
 
L’importante documento, che raccoglie i risultati dei due Sinodi sulla famiglia, celebrati nel 2014 e nel 2015, consta di nove capitoli e 325 paragrafi per complessive 264 pagine. Un testo magisteriale corposo, destinato a rimanere riferimento costante nel cammino ecclesiale, preludio di un grande lavoro che attenderà nei prossimi anni Vescovi e operatori di pastorale familiare.
 
Proprio per questo lo stesso Francesco, che ha dato il via a questo cammino lungo la via della famiglia, avverte che il testo va meditato e interiorizzato, con una ripetuta lettura. Un testo che, procedendo dalla realtà concreta della famiglia, ne fa emergere la bellezza della forma cristiana che la manifesta e della misericordia divina che la ispira. Un testo che è un racconto più che un trattato, obbedendo così alla sua natura pastorale, nel rispetto degli obiettivi sinodali che non erano dottrinali. Da ciò gli imput spirituali e di sapienza pratica utile ad ogni coppia umana o a persone che desiderano costruire una famiglia. Stimoli provenienti da chi per esperienza sa che cosa sia la famiglia e il vivere insieme per molti anni.
 
E, comunque, fermo restando l’unità della dottrina, si dispiega una pluralità pastorale, frutto di un’attenzione alla realtà, al di fuori di astrazioni o proiezioni ideali. L'obiettivo del testo, dunque, non è fare una rivoluzione nella Chiesa, bensì portare avanti una “conversione pastorale misericordiosa” (nn. 201 e 293). Ed è così a partire dal titolo Amoris laetitia, che rappresenta più di un invito a prendere sul serio l'amore con la forza della gioia evocata nella Evangelii gaudium.
 
Tutto ciò è certamente qualcosa di nuovo, di evangelico e senza dubbio di missionario. Come dire di ecclesiale nel senso profondo del termine e prende le distanze da speculari aspettative che vanno in tutt’altra direzione, come annota lo stesso Pontefice: “I dibattiti che si trovano nei mezzi di comunicazione o nelle pubblicazioni e perfino tra i ministri della Chiesa vanno da un desiderio sfrenato di cambiare tutto senza sufficiente riflessione o fondamento, all’atteggiamento che pretende di risolvere tutto applicando normative generali o traendo conclusioni eccessive da alcune riflessioni teologiche” (n. 2).
 
Insomma Amoris laetitia apre un processo di riflessione all'interno di “un'unità di dottrina e di prassi” (n. 3) aperta alle variabili di culture e tradizioni. Il primato di una visione pastorale, dunque, al cui centro è insegnare ad amare, superando la mera visione dottrinale o le considerazioni spirituali, ma incarnando la relazione coniugale dell’uomo con la donna. Il fatto di centrarla sul vincolo indica la necessità di avere come fine primario quella preziosa realtà umana che non può essere ridotta a una considerazione giuridica. Insegnare a realizzare l’amore coniugale, alla luce della teologia del corpo di san Giovanni Paolo II, riaffermando con la ferma delicatezza, che ricorda nello stile Benedetto XVI, la Humanae vitae del beato Paolo VI.
 
Un continuum magisteriale che non lascia spazio ad alcun dubbio. Sulla base di una dottrina chiara sull’amore, perciò, una svolta pastorale i cui contenuti il Papa volutamente espone non in modo esaustivo: “Senza pretendere di presentare qui una pastorale della famiglia, intendo limitarmi solo a raccogliere alcune delle principali sfide pastorali”.

domenica 13 marzo 2016

“Effetto Francesco”

Si potrebbe dire che fu il “buonasera"  pronunciato da Papa Francesco la sera della sua elezione, quel 13 marzo 2013, dalla loggia di San Pietro al popolo della Chiesa che è in Roma e, dunque alla Chiesa universale (Urbi et Orbi), ad essere l’incipit del cosiddetto “Effetto Francesco”.
 
In verità, al di là di ogni tentazione retorica, non si può non tenere conto di altri elementi che comunque caratterizzano l’elevazione al soglio di Pietro dello “ Eminentissimum ac Reverendissimum Dominum Dominum Georgium Marium Sanctae Romanae Ecclesia Cardinalem Bergoglio “. A partire dal fatto che, per la prima volta, “sibi nomen imposuit Franciscum “. Ma non solo, trattandosi del primo Pontefice latino-americano e gesuita.
 
Ed è in fondo questa sua connotazione geopolitica e di formazione religiosa, che ne caratterizza il tratto umano e spirituale, permeato della radicalità di chi vive del Vangelo. Di chi, cioè, non fa calcoli nei gesti, nel linguaggio, nelle stesse iniziative, privilegiando sempre e comunque l’attenzione agli ultimi. Un'opzione, questa, imprescindibile resa con uno stile di sobrietà. Il Papa che si fa ultimo nella ordinarietà del suo impegno straordinario. Magari con la borsa nera che porta con sé nei suoi spostamenti e nell'uso di  autovetture utilitarie.   Uno stile che tocca il cuore e, dunque, si fa capire. Non viceversa.
 
Uno stile diretto, che in campo sociale aggiorna l’insegnamento della Chiesa, confrontandosi con le sfide del mondo contemporaneo senza indugiare nel definire i fenomeni o chiamare le cose con il loro nome. Espressioni semplici, ma incisive, come la denuncia della “cultura dello scarto”, della “cultura dell’indifferenza” specie nei confronti dei drammi dei migranti, del “denaro che deve servire e non comandare”, della “terza guerra mondiale che viene combattuta a pezzi”, della necessità di “costruire ponti anziché erigere muri”.
 
Francesco, Papa del tempo che viviamo, con l’avvertenza, però, che rimane figlio – come lui stesso ha voluto ribadire- della Chiesa. A certi interessati fan di Papa Bergoglio va ricordata questa elementare verità. Non c’è stata nessuna presa del palazzo d’inverno: cardinale scelto dalla maggioranza degli altri cardinali elettori. A comprendere meglio il passaggio di questo Pontificato, può essere utile ricordare con il cardinale Angelo Scola che “Francesco ci ha messo davanti l’urgenza di assumere il nostro compito di cristiani in maniera diversa”. Di essere, quindi, nella Chiesa attenti interpreti del segno dei tempi, scuotendoci da certe pigrizie intellettuali e anche pastorali.
 
E in questi tre anni Francesco non ha perso occasione per testimoniare il suo impegno di essere “ponte”, di aprirsi al confronto e al dialogo, di “attrezzare” la Chiesa come “ospedale da campo”, privilegiando la decentralizzazione e con essa le necessarie riforme, in primis  quella del cuore che inizia con il sentirsi peccatore (cfr. Misericordiae Vultus). Per passare a  quella delle strutture e dei mezzi iniziando dalla Curia Romana, perché possa sempre più aiutare il Papa e la Chiesa nel difficile compito dell'annuncio a tutti del Vangelo di Cristo. Senza dimenticare la recente riforma in materia di nullità matrimoniale.
 
Il tutto al servizio dell’anima, del quale il Giubileo della Misericordia costituisce una salutare risposta. In particolare, il Papa ha invitato a rivolgersi alle famiglie, sempre più ferite e in difficoltà, con lo sguardo misericordioso di Dio. Così come, occorre rivedere e rilanciare “l’alleanza tra l’uomo e la natura”, alla luce della “Laudato sı’”. E via dicendo con le altre iniziative prese dal Pontefice, che ama stare con la gente e che non fa mancare il suo calore di sommo padre nella fede con le sue quotidiane omelie di S. Marta.