sabato 31 marzo 2018

“La vergogna di aver perso la vergogna”

Il Santo Padre Francesco ci ha abituati alle sue preghiere e ancora una volta ci ha toccati nel profondo del cuore con quella  pronunciata ieri sera a conclusione della Via Crucis al Colosseo. Preghiera imperniata su tre passaggi, nodali per la vita di un cristiano oggi: “vergogna, pentimento, speranza”. 

Personalmente mi è risuonata l’esclamazione “la vergogna di aver perso la vergogna”. Una cifra, questa, che purtroppo caratterizza il nostro tempo, dove è lecito tutto ciò che è possibile, nel chiuso dell’individualismo che non conosce confini. E’ una corsa sfrenata di tanti, anche di ministri sacri, che “si sono lasciati ingannare dall’ambizione e dalla vana gloria perdendo la loro degnità e il loro primo amore”. E, in particolare, vergogna per noi – della mia generazione – che lasciamo “ai giovani un mondo fratturato dalle divisioni e dalle guerre; un mondo divorato dall’egoismo ove i giovani, i piccoli, i malati, gli anziani sono emarginati”. 

Il Pontefice, però, volge questo atteggiamento in positivo, ammonendoci a richiedere al Signore Gesù “la grazia della santa vergogna!”. Solo così il nostro cuore, supplicando la misericordia divina, si può dischiudere al pentimento, “che germoglia dalla certezza che solo tu puoi salvarci dal male, solo tu puoi guarirci dalla nostra lebbra di odio, di egoismo, di superbia, di avidità, di vendetta, di cupidigia, di idolatria, solo tu puoi riabbracciarci ridonandoci la dignità filiale e gioire per il nostro rientro a casa, alla vita; il pentimento che sboccia dal sentire la nostra piccolezza, il nostro nulla, la nostra vanità e che si lascia accarezzare dal tuo invito soave e potente alla conversione”.

Ecco il portato della speranza cristiana, nel segno che “solo il bene può sconfiggere il male e la cattiveria, solo il perdono può abbattere il rancore e la vendetta, solo l’abbraccio fraterno può disperdere l’ostilità e la paura dell’altro”. E in ciò la Chiesa “santa e fatta da peccatori, continua, ancora oggi, nonostante tutti i tentativi di screditarla, a essere una luce che illumina, incoraggia, solleva e testimonia il tuo amore illimitato per l’umanità, un modello di altruismo, un’arca di salvezza e una fonte di certezza e di verità”. 

Papa Francesco ha, quindi , invocato la “grazia della santa speranza!”, aggiungendo: “Aiutaci, Figlio dell’uomo, a spogliarci dall’arroganza del ladrone posto alla tua sinistra e dei miopi e dei corrotti, che hanno visto in te un’opportunità da sfruttare, un condannato da criticare, uno sconfitto da deridere, un’altra occasione per addossare sugli altri, e perfino su Dio, le proprie colpe. Ti chiediamo invece, Figlio di Dio, di immedesimarci col buon ladrone che ti ha guardato con occhi pieni di vergogna, di pentimento e di speranza; che, con gli occhi della fede, ha visto nella tua apparente sconfitta la divina vittoria e così si è inginocchiato dinanzi alla tua misericordia e con onestà ha derubato il paradiso! Amen!” 
Santa Pasqua a tutti!

giovedì 15 febbraio 2018

Carità della "polis", carità "politica"!

Il Vescovo di Assisi-Nocera U.-Gualdo T. , mons. Domenico Sorrentino, nel Mercoledì delle Ceneri, ha inviato un messaggio alla propria Chiesa particolare dal titolo “Una quaresima viva attenta all’ora presente”. Quaresima che vede quest’anno l’Italia impegnata in una convulsa campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento nazionale. 

Al riguardo mons. Sorrentino precisa il ruolo della Chiesa: “Va ribadito che, come Pastori della Chiesa, non sponsorizziamo candidati e partiti. Non è nostro compito. Questo livello tocca alla responsabile valutazione dei singoli cristiani e delle loro aggregazioni. Abbiano più iniziativa, coraggio, coerenza!”. E tuttavia, il presule ricorda che alla Chiesa compete “la politica nel senso più alto del termine, che precede e va oltre i partiti. E la politica che si fa impegnandosi per il bene comune, facendosi carico della vita di tutti, specialmente dei membri più deboli della società. E la politica che il magistero qualifica "alta forma di carità". 

Ecco allora che il tempo della Quaresima “tempo speciale di preghiera e digiuno”, diventa veicolo, attraverso la carità, per “uscire dal nostro "particolare", per aprirci alle necessità degli altri” e “dare il nostro contributo alla costruzione della "polis", la città degli uomini. Sì, c'è una carità della "polis", una carità "politica"! Per questo, il presule assisiate raccomanda l’impegno dei cristiani verso il prossimo appuntamento elettorale, partecipandovi, mentre è doveroso per la Chiesa “offrire criteri di discernimento, educare alla buona coscienza, e ricordare, a se stessa e a tutti, i principi che non muoiono. E non fanno morire”. 

Il tutto tenendo presente la Carta costituzionale, ma soprattutto “la prima tavola dei valori, sempre attuale, insostituibile, fondativa: quella dei comandamenti, le "dieci parole" che, venendo da Dio, tracciano le vie della speranza e del futuro. "Dieci parole" che risuonano nella coscienza universale — persino al di là delle convinzioni di fede — ed hanno riflessi sociali, sui quali non possiamo sorvolare”. E’ con queste premesse, perciò, che va affrontato l’impegno per il bene comune, cercando le giuste soluzioni per i problemi che attanagliano il nostro Paese, a partire dal lavoro e dalla crisi occupazionale, dal rispetto della vita fin dal concepimento, dallo smarrimento della famiglia, “al punto da non sentire più la bellezza di un amore fra un uomo e una donna che duri una vita e generi vita”. Senza tralasciare gli immigrati, gli anziani, i malati. E ancora il tema della pace e i giovani, per finire al tema dell’ambiente al grido della Laudato si ' di papa Francesco.

mercoledì 31 gennaio 2018

Il ministero della pace delle coscienze

Nel suo discorso tenuto in occasione dell'inaugurazione dell'anno giudiziario del Tribunale della Rota Romana il 29 gennaio scorso, Papa Francesco ha toccato il tema della centralità della coscienza nell’esercizio dell’attività giudiziale. Il Pontefice ha qualificato tale servizio nella Chiesa “come ministero della pace delle coscienze”.

Entrando nel merito della “dichiarazione di nullità o validità del vincolo matrimoniale”, vista la stretta connessione tra l’ambito della coscienza e quello dei processi matrimoniali, il Santo Padre ha ricordato la condizione dei giudici “come esperti della coscienza dei fedeli cristiani”, aggiungendo: “ In questo ruolo, siete chiamati ad invocare incessantemente l’assistenza divina per espletare con umiltà e misura il grave compito affidatovi dalla Chiesa, manifestando così la connessione tra la certezza morale, che il giudice deve raggiungere ex actis et probatis, e l’ambito della sua coscienza, noto unicamente allo Spirito Santo e da Lui assistito. Grazie alla luce dello Spirito vi è dato, infatti, di entrare nell’ambito sacro della coscienza dei fedeli”.

Del resto, l’ambito della coscienza è stato richiamato negli ultimi due Sinodi dei Vescovi, trovando puntuale recezione nell’Esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia. Al riguardo Francesco ha spiegato: " Ciò è derivato dalla consapevolezza che il Successore di Pietro e i Padri sinodali hanno maturato circa l’impellente necessità di ascolto, da parte dei Pastori della Chiesa, delle istanze e delle attese di quei fedeli i quali hanno reso la propria coscienza muta e assente per lunghi anni e, in seguito, sono stati aiutati da Dio e dalla vita a ritrovare un po’ di luce, rivolgendosi alla Chiesa per avere la pace della loro coscienza”. 

Ma non solo, evocando lo spirito pedagogico che deve animare la pastorale matrimoniale e familiare, volta a prevenire la patologia del vissuto coniugale, il Santo Padre ha ricordato la necessità da parte degli operatori, ministri e fedeli battezzati, di “aiutare i fidanzati a costruire e custodire l’intimo santuario della loro coscienza cristiana” per cui “nell’Esortazione apostolica Amoris laetitia, sono stati indicati percorsi pastorali per aiutare i fidanzati ad entrare senza paure nel discernimento e nella scelta conseguente del futuro stato di vita coniugale e familiare, descrivendo nei primi cinque capitoli la straordinaria ricchezza del patto coniugale disegnato da Dio nelle Scritture e vissuto dalla Chiesa nel corso della storia”.

D’altra parte, “È quanto mai necessaria una continua esperienza di fede, speranza e carità, perché i giovani tornino a decidere, con coscienza sicura e serena, che l’unione coniugale aperta al dono dei figli è letizia grande per Dio, per la Chiesa, per l’umanità. Il cammino sinodale di riflessione sul matrimonio e la famiglia, e la successiva Esortazione apostolica Amoris laetitia, hanno avuto un percorso e uno scopo obbligati: come salvare i giovani dal frastuono e rumore assordante dell’effimero, che li porta a rinunciare ad assumere impegni stabili e positivi per il bene individuale e collettivo. Un condizionamento che mette a tacere la voce della loro libertà, di quell’intima cella – la coscienza appunto – che Dio solo illumina e apre alla vita, se gli si permette di entrare”. 

In questo senso il Pontefice raccomanda “un catecumenato matrimoniale, inteso come itinerario indispensabile dei giovani e delle coppie destinato a far rivivere la loro coscienza cristiana, sostenuta dalla grazia dei due sacramenti, battesimo e matrimonio”. Un impegno indefesso, quindi, attende vescovi e presbiteri per “illuminare, difendere e sostenere la coscienza cristiana della nostra gente”. E ancora da ciò deriva “il necessario rapporto tra la regula fidei, cioè la fedeltà della Chiesa al magistero intoccabile sul matrimonio, così come sull’Eucaristia, e l’urgente attenzione della Chiesa stessa ai processi psicologici e religiosi di tutte le persone chiamate alla scelta matrimoniale e familiare”. 

In conclusione, Papa Francesco, dopo aver citato il beato Paolo VI  che esortava alla "fedeltà assoluta per salvaguardare la “regula fidei”, evitando gli "opposti estremismi",  ha ammonito affinché   l’esercizio della giustizia non "venga ridotto a un mero espletamento burocratico”, tradendo così la coscienza cristiana: “Ecco perché, nella procedura del processus brevior, ho stabilito non solo che sia reso più evidente il ruolo di vigilanza del Vescovo diocesano, ma anche che egli stesso, giudice nativo nella Chiesa affidatagli, giudichi in prima istanza i possibili casi di nullità matrimoniale. Dobbiamo impedire che la coscienza dei fedeli in difficoltà per quanto riguarda il loro matrimonio si chiuda ad un cammino di Grazia. Questo scopo si raggiunge con un accompagnamento pastorale, con il discernimento delle coscienze (cfr Esort. ap. Amoris laetitia, 242) e con l’opera dei nostri tribunali. Tale opera deve svolgersi nella sapienza e nella ricerca della verità: solo così la dichiarazione di nullità produce una liberazione delle coscienze”.

domenica 21 maggio 2017

Spogliazione: messaggio e profezia da Assisi

A conclusione di una settimana di preparazione con un programma denso di celebrazioni, conferenze ed eventi, sabato 20 maggio è stato inaugurato ufficialmente il Santuario della Spogliazione di Assisi , allocato nell'antica  chiesa di Santa Maria Maggiore, già cattedrale  e attigua al Vescovado. 

Il vescovo di Assisi – Nocera Umbra – Gualdo Tadino, monsignor Domenico Sorrentino, che è l’artefice pastorale di questa importante iniziativa ecclesiale, destinata a restare nella storia della città serafica e non solo, ha presieduto la santa Messa. All’inizio della celebrazione sono stati letti il decreto di erezione del nuovo Santuario e parte della lettera che Papa Francesco ha inviato a mons. Sorrentino  e che porta la data significativa del 16 aprile 2017, giorno della Pasqua di Risurrezione. “…a duemila anni dall’annuncio del vangelo e dopo otto secoli dalla testimonianza di Francesco, siamo di fronte a un fenomeno di “inequità globale” e di “economia che uccide” (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 52-60). Proprio il giorno precedente il mio arrivo ad Assisi, nelle acque di Lampedusa, si era consumata una grande strage di migranti. Parlando, nel luogo della “spogliazione”, anche con la commozione determinata da quell’evento luttuoso, sentivo tutta la verità di ciò che aveva testimoniato il giovane Francesco: solo quando si avvicinò ai più poveri, al suo tempo rappresentati soprattutto dai malati di lebbra, esercitando verso di loro la misericordia, sperimentò «dolcezza di animo e di corpo» (Testamento, FF 110). Il nuovo Santuario assisano nasce come profezia di una società più giusta e solidale, mentre ricorda alla Chiesa il suo dovere di vivere, sulle orme di Francesco, spogliandosi della mondanità e rivestendosi dei valori del Vangelo… Se in tante regioni del mondo tradizionalmente cristiane si verifica un allontanamento dalla fede, e siamo pertanto chiamati a una nuova evangelizzazione, il segreto della nostra predicazione non sta tanto nella forza delle nostre parole, ma nel fascino della testimonianza, sostenuta dalla grazia”. E ancora Papa Francesco mette in luce il fondamento teologico “Cristo è il modello originario della “spogliazione”, come tu, caro fratello, hai voluto evidenziare, promulgando la tua lettera di istituzione del nuovo Santuario nella solennità del Natale”. 

Mons. Sorrentino nella sua omelia del 20 maggio ha ripreso questo aspetto, declinandolo sul piano ecclesiale: “Santuario della spogliazione. Santuario francescano? Senza dubbio. Quello che mancava ancora ad Assisi. Ma, ancor prima, santuario cristologico. È il mistero di Cristo che qui viene annunciato attraverso i gesti e le parole di Francesco…Il Santuario evoca innanzitutto la “spogliazione” di Cristo. In questo termine si può raccogliere quello che la Scrittura indica come “kénosi”, ossia come svuotamento (cf. Fil. 2, 7). Ed è questa la “missione specifica” del nuovo Santuario, così delineata dal Pontefice e che il Pastore della Chiesa che è in Assisi, Nocera U.-Gualdo T. ha condensato nella sua omelia: “…la missione di annunciare, sulle orme di Francesco di Assisi, il mistero della spogliazione di Cristo e la sfida che ne deriva per la nostra vita personale e sociale, per la nostra esistenza di credenti e per la Chiesa intera”.

Per la qualcosa, il Santuario della Spogliazione di Assisi, affidato alla sollecitudine della Provincia Serafica dei  Frati Minori Cappuccini , diventa – secondo l’intento e le parole di mons. Sorrentino _ “il luogo in cui ciascuno di noi viene a innamorarsi di Cristo, come Francesco, deponendo l’abito dell’egoismo, per rivestire quello di un’esistenza spesa nell’amore. Vorrei che qui arrivassero i potenti del mondo a deporre una volta per tutte gli arsenali nucleari, le mine anti-uomo, il commercio di armi che sono la vergogna di un’umanità che vive allegramente sull’orlo del baratro, sottraendo pane e dignità a milioni di esseri umani. Vorrei che qui venissero i mafiosi a deporre la loro prepotenza omicida che fa scorrere sangue e avvelena le fibre intime della società e dell’economia. Vorrei che qui venissero i burattinai della finanza internazionale a deporre i loro irresponsabili giochi che creano, nel mondo globalizzato, disoccupazione, povertà e disagi di una infinità di esseri umani “colpevoli” solo di essere nati poveri! Vorrei che tra queste mura, che trasudano le note del Cantico di Frate Sole, si fermasse quell’incredibile tirannia sull’ambiente che causa enormi e forse irreparabili danni che ancora una volta schiacciano le esistenze più deboli, le costringono ad emigrazioni violente e desertificano le fonti vitali dell’umanità. Vorrei che in questi ambienti che furono testimoni di un dramma di famiglia tutto giocato sul sì o sul no al dio–denaro venissero tanti parlamentari, uomini della scienza e dell’informazione, a interrogarsi sulla loro responsabilità di promuovere una legislazione e una cultura poste interamente a servizio della pace, della famiglia e della vita, e mai complici dell’assassinio di esseri umani nel grembo materno e nella loro fragilità dovuta all’età e alla condizione fisica”.

sabato 18 marzo 2017

La “lunga scuola” del confessionale

Papa Francesco, ieri nell’Aula Paolo VI in Vaticano, rivolgendosi con un Discorso ai partecipanti al XXVIII corso sul foro interno organizzato dalla Penitenzieria Apostolica si è soffermato sulla “formazione di buoni confessori”.
 
Il Santo Padre ha esordito dicendo: “questo della Penitenzieria è il tipo di Tribunale che mi piace davvero! Perché è un “tribunale della misericordia”, al quale ci si rivolge per ottenere quell’indispensabile medicina per la nostra anima che è la Misericordia divina!”.
 
A tal proposito si ricorda che la Penitenzieria Apostolica   ha competenze stabilite agli artt. 117-120 della Costituzione apostolica Pastor Bonus sulla Curia Romana di san Giovanni Paolo II del 28 giugno 1988 . Dette competenze concernono il foro interno e le indulgenze (art. 117). Per il foro interno, sia sacramentale che non sacramentale, essa concede le assoluzioni, le dispense, le commutazioni, le sanzioni, i condoni ed altre grazie (art. 118). Al medesimo dicastero è demandato quanto concerne la concessione e l'uso delle indulgenze, salvo il diritto della Congregazione della Dottrina della Fede di esaminare tutto ciò che riguarda la dottrina dogmatica intorno ad esse (art.120). Alla Penitenzieria Apostolica è preposto il penitenziere maggiore, che è il cardinale Mauro Piacenza, coadiuvato da un reggente, mons. Krzysztof Józef Nykiel, e da cinque prelati: un teologo, un canonista e tre consiglieri.
 
Quanto al Discorso  di ieri, papa Bergoglio, nel ricordare che quella del confessionale è una “lunga scuola”, ha spiegato come si diventa “buon confessore”, evidenziando tre aspetti. Il “buon confessore” - dice il Pontefice- “è un vero amico di Gesù Buon Pastore “, che coltiva la preghiera personale con il Signore, chiedendo incessantemente il dono della carità pastorale”. E infatti, “Un confessore che prega sa bene di essere lui stesso il primo peccatore e il primo perdonato. Non si può perdonare nel Sacramento senza la consapevolezza di essere stato perdonato prima. E dunque la preghiera è la prima garanzia per evitare ogni atteggiamento di durezza, che inutilmente giudica il peccatore e non il peccato”. E ancora, “Nella preghiera è necessario implorare il dono di un cuore ferito…Nella preghiera dobbiamo domandare il prezioso dono dell’umiltà perché appaia sempre chiaramente che il perdono è dono gratuito e soprannaturale di Dio, del quale noi siamo semplici, seppur necessari, amministratori…Nella preghiera, poi, invochiamo sempre lo Spirito Santo, che è Spirito di discernimento e di compassione”.
 
Ma il confessore, in quanto “uomo dello Spirito” è “uomo del discernimento”, per cui egli “è chiamato a fare sempre e solo la volontà di Dio, in piena comunione con la Chiesa, della quale è ministro, cioè servo”. Al riguardo, “Il discernimento educa lo sguardo e il cuore, permettendo quella delicatezza d’animo tanto necessaria di fronte a chi ci apre il sacrario della propria coscienza per riceverne luce, pace e misericordia…chi si avvicina al confessionale, può provenire dalle più disparate situazioni; potrebbe avere anche disturbi spirituali, la cui natura deve essere sottoposta ad attento discernimento, tenendo conto di tutte le circostanze esistenziali, ecclesiali, naturali e soprannaturali”.
 
Ecco allora che “il confessionale è anche un vero e proprio luogo di evangelizzazione. Non c’è, infatti, evangelizzazione più autentica che l’incontro con il Dio della misericordia…”. Evangelizzazione che diventa formazione: “Nel pur breve dialogo che intesse con il penitente, il confessore è chiamato a discernere che cosa sia più utile e che cosa sia addirittura necessario al cammino spirituale di quel fratello o di quella sorella; talvolta si renderà necessario ri-annunciare le più elementari verità di fede, il nucleo incandescente, il kerigma, senza il quale la stessa esperienza dell’amore di Dio e della sua misericordia rimarrebbe come muta; talvolta si tratterà di indicare i fondamenti della vita morale, sempre in rapporto alla verità, al bene e alla volontà del Signore. Si tratta di un’opera di pronto e intelligente discernimento, che può fare molto bene ai fedeli”.

domenica 29 gennaio 2017

Verso il Sinodo dei giovani

Nella Lettera  con cui annuncia che nell’ottobre 2018 si celebrerà la XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo Dei Vescovi sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale” il Papa Francesco, rivolgendosi proprio ai giovani, fa un forte invito agli stessi: “ Non abbiate paura di ascoltare lo Spirito che vi suggerisce scelte audaci, non indugiate quando la coscienza vi chiede di rischiare per seguire il Maestro. Pure la Chiesa desidera mettersi in ascolto della vostra voce, della vostra sensibilità, della vostra fede; perfino dei vostri dubbi e delle vostre critiche. Fate sentire il vostro grido, lasciatelo risuonare nelle comunità e fatelo giungere ai pastori. San Benedetto raccomandava agli abati di consultare anche i giovani prima di ogni scelta importante, perché «spesso è proprio al più giovane che il Signore rivela la soluzione migliore» (Regola di San Benedetto III, 3). 

Come ha ricordato il card. Lorenzo Baldisseri, Segretario Generale del Sinodo dei Vescovi, alla presentazione Documento Preparatorio dell’assemblea sinodale “Con le sue parole il Papa vuole imprimere una scultoria motivazione umana ed ecclesiale del prossimo Sinodo sui giovani, che sono compresi nella fascia di età tra i 16 ed i 29 anni, nella consapevolezza che l’età giovanile richiede di essere adattata alle differenti realtà locali”. 
Il card. Baldisseri ha precisato che il Documento Preparatorio  è inviato ai Consigli dei Gerarchi delle Chiese Orientali Cattoliche, alle Conferenze Episcopali, ai Dicasteri della Curia Romana e all’Unione dei Superiori Generali e “dà avvio alla fase della consultazione di tutto il Popolo di Dio”, con lo scopo di raccogliere informazioni circa l’odierna condizione dei giovani nei variegati contesti in cui essi vivono, per poterla discernere adeguatamente in vista dell’elaborazione dell’Instrumentum Laboris. È da tenere presente che esso è rivolto a tutti i giovani del mondo nella più ampia dimensione e comprensione e partecipazione”. 

Quanto al contenuto, esso si divide in tre parti. La prima, che riguarda “I GIOVANI NEL MONDO DI OGGI”, “tiene presenti alcuni risultati delle ricerche in ambito sociale utili per affrontare il tema del discernimento vocazionale, così da «lasciarcene toccare in profondità e dare una base di concretezza al percorso etico e spirituale» (Laudato Si', 15)”. E ancora si evidenzia: “La capacità di scegliere dei giovani è ostacolata da difficoltà legate alla condizione di precarietà: la fatica a trovare lavoro o la sua drammatica mancanza; gli ostacoli nel costruirsi un’autonomia economica; l’impossibilità di stabilizzare il proprio percorso professionale. Per le giovani donne questi ostacoli sono normalmente ancora più ardui da superare. Il disagio economico e sociale delle famiglie, il modo in cui i giovani assumono alcuni tratti della cultura contemporanea e l’impatto delle nuove tecnologie richiedono maggiore capacità di rispondere alla sfida educativa nella sua accezione più ampia: è questa l’emergenza educativa evidenziata da Benedetto XVI nella Lettera alla Città e alla Diocesi di Roma sull’urgenza dell’educazione (21 gennaio 2008). A livello globale bisogna tenere conto anche delle disuguaglianze tra Paesi e del loro effetto sulle opportunità offerte ai giovani nelle diverse società in termini di inclusione. Anche fattori culturali e religiosi possono ingenerare esclusione, ad esempio per quanto riguarda i divari di genere o la discriminazione delle minoranze etniche o religiose, fino a spingere i giovani più intraprendenti verso l’emigrazione”. 

Nella seconda parte, intitolata “FEDE, DISCERNIMENTO, VOCAZIONE”, vengono “presentati alcuni spunti in vista di un accompagnamento dei giovani a partire dalla fede, in ascolto della tradizione della Chiesa e con il chiaro obiettivo di sostenerli nel loro discernimento vocazionale e nell’assunzione delle scelte fondamentali della vita, a partire dalla consapevolezza del carattere irreversibile di alcune di esse”. Atteso, perciò, che “La fede, in quanto partecipazione al modo di vedere di Gesù (cfr. Lumen fidei, 18), è la fonte del discernimento vocazionale”, per la correttezza di quest’ultimo s’indica con la Evangelii Gaudium 51 un percorso di discernimento, ispirato dai tre verbi “riconoscere, interpretare e scegliere”.

In particolare, “La fase del riconoscere mette al centro la capacità di ascolto e l’affettività della persona, senza sottrarsi per paura alla fatica del silenzio. Si tratta di un passaggio fondamentale nel percorso di maturazione personale, in particolare per i giovani che sperimentano con maggiore intensità la forza dei desideri e possono anche rimanerne spaventati, rinunciando magari ai grandi passi a cui pure si sentono spinti”. Mentre la “ fase di interpretazione è molto delicata; richiede pazienza, vigilanza e anche un certo apprendimento. Bisogna essere capaci di rendersi conto degli effetti dei condizionamenti sociali e psicologici… confrontarsi onestamente, alla luce della Parola di Dio, anche con le esigenze morali della vita cristiana, sempre cercando di calarle nella situazione concreta che si sta vivendo… in un dialogo interiore con il Signore, con l’attivazione di tutte le capacità della persona; l’aiuto di una persona esperta nell’ascolto dello Spirito è pero un sostegno prezioso che la Chiesa offre e di cui è poco accorto non avvalersi”. Per tutto questo, con riferimento alla scelta, “Una volta riconosciuto e interpretato il mondo dei desideri e delle passioni, l’atto di decidere diventa esercizio di autentica libertà umana e di responsabilità personale, sempre ovviamente situate e quindi limitate. La scelta si sottrae dunque alla forza cieca delle pulsioni, a cui un certo relativismo contemporaneo finisce per assegnare il ruolo di criterio ultimo, imprigionando la persona nella volubilità. Al tempo stesso si libera dalla soggezione a istanze esterne alla persona e dunque eteronome, richiedendo altresì una coerenza di vita”. E ancora, “Nell’impegno di accompagnamento delle giovani generazioni la Chiesa accoglie la sua chiamata a collaborare alla gioia dei giovani piuttosto che tentare di impadronirsi della loro fede (cfr. 2Cor 1,24). Tale servizio si radica in ultima istanza nella preghiera e nella richiesta del dono dello Spirito che guida e illumina tutti e ciascuno”. 

Ma “Che cosa significa per la Chiesa accompagnare i giovani ad accogliere la chiamata alla gioia del Vangelo, soprattutto in un tempo segnato dall’incertezza, dalla precarietà, dall’insicurezza?”. A questo risponde la terza parte, che tratta “L’AZIONE PASTORALE”, e che mette “ a fuoco che cosa comporta prendere sul serio la sfida della cura pastorale e del discernimento vocazionale, tenendo in considerazione quali sono i soggetti, i luoghi e gli strumenti a disposizione”. A tal proposito, si evocano “Tre verbi, che nei Vangeli connotano il modo con cui Gesù incontra le persone del suo tempo, ci aiutano a strutturare questo stile pastorale: uscire, vedere, chiamare”. 

Circa i soggetti, “tutti i giovani, nessuno escluso, hanno diritto a essere accompagnati nel loro cammino”, e poi “Tutta la comunità cristiana deve sentirsi responsabile del compito di educare le nuove generazioni”, non dimenticando che “ Servono credenti autorevoli, con una chiara identità umana, una solida appartenenza ecclesiale, una visibile qualità spirituale, una vigorosa passione educativa e una profonda capacità di discernimento”. Tutti all’interno di una cornice che vede impegnati specificatamente genitori e famiglia (cfr. Amoris laetitia, 259-290), Pastori, insegnanti e altre figure educative. 

A proposito degli ambiti specifici della pastorale, si ricorda che “La Chiesa offre ai giovani dei luoghi specifici di incontro e di formazione culturale, di educazione e di evangelizzazione, di celebrazione e di servizio, mettendosi in prima linea per un’accoglienza aperta a tutti e a ciascuno”, con le GMG, le Parrocchie, le università e le scuole cattoliche, le attività sociali e di volontariato, le associazioni e i movimenti ecclesiali, luoghi di spiritualità, ecc. In un clima di confronto non si può non guardare al mondo digitale e a ciò che rappresenta, in quanto “per le giovani generazioni è divenuto davvero un luogo di vita; offre tante opportunità inedite, soprattutto per quanto riguarda l’accesso all’informazione e la costruzione di legami a distanza, ma presenta anche rischi (ad esempio cyberbullismo, gioco d’azzardo, pornografia, insidie delle chat room, manipolazione ideologica, ecc.)”. 

Ecco allora che più che mai importanti sono gli strumenti da adoperare: “Talvolta ci accorgiamo che tra il linguaggio ecclesiale e quello dei giovani si apre uno spazio difficile da colmare, anche se ci sono tante esperienze di incontro fecondo tra le sensibilità dei giovani e le proposte della Chiesa in ambito biblico, liturgico, artistico, catechetico e mediatico. Sogniamo una Chiesa che sappia lasciare spazi al mondo giovanile e ai suoi linguaggi, apprezzandone e valorizzandone la creatività e i talenti. Riconosciamo in particolare nello sport una risorsa educativa dalle grandi opportunità e nella musica e nelle altre espressioni artistiche un linguaggio espressivo privilegiato che accompagna il cammino di crescita dei giovani”.

lunedì 23 gennaio 2017

Il matrimonio cristiano fra foedus e fides

Nell’annuale incontro inaugurale dell’Anno giudiziario con Giudici, officiali, avvocati e collaboratori del Tribunale Apostolico della Rota Romana, Papa Francesco ha tenuto un discorso con cui ha richiamato l’attenzione sul moltiplicarsi di celebrazioni matrimoniali nulle. E per questo ha indicato due vie da percorrere, l’una in preparazione alla celebrazione del sacramento coniugale e l’altra di accompagnamento permanente  da parte della Chiesa degli sposi nel loro cammino di vita insieme .
Il Pontefice nel soffermarsi su tali “rimedi” si è, a sua volta, richiamato al rapporto tra fede e matrimonio, citando San Giovanni Paolo II con l’Enciclica Fides et ratio, nn.16-17, e Papa Benedetto XVI, che proprio durante l’ultimo discorso alla Rota Romana ricordava che “solo aprendosi alla verità di Dio [...] è possibile comprendere, e realizzare nella concretezza della vita anche coniugale e familiare, la verità dell’uomo quale suo figlio, rigenerato dal Battesimo [...]. Il rifiuto della proposta divina, in effetti conduce ad uno squilibrio profondo in tutte le relazioni umane [...], inclusa quella matrimoniale”.
Così come nell’Enciclica Lumen fidei si afferma che “L’amore ha bisogno di verità. Solo in quanto è fondato sulla verità l’amore può perdurare nel tempo, superare l’istante effimero e rimanere saldo per sostenere un cammino comune. Se l’amore non ha rapporto con la verità, è soggetto al mutare dei sentimenti e non supera la prova del tempo. L’amore vero invece unifica tutti gli elementi della nostra persona e diventa una luce nuova verso una vita grande e piena. Senza verità l’amore non può offrire un vincolo solido, non riesce a portare l’ “io” al di là del suo isolamento, né a liberarlo dall’istante fugace per edificare la vita e portare frutto” (27).
Ma Papa Bergoglio non omette di guardare ad intra, per cui “Una mentalità che coinvolge, spesso in modo vasto e capillare, gli atteggiamenti e i comportamenti degli stessi cristiani (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 64), la cui fede viene svigorita e perde la propria originalità di criterio interpretativo e operativo per l’esistenza personale, familiare e sociale. Tale contesto, carente di valori religiosi e di fede, non può che condizionare anche il consenso matrimoniale. Le esperienze di fede di coloro che richiedono il matrimonio cristiano sono molto diverse. Alcuni partecipano attivamente alla vita della parrocchia; altri vi si avvicinano per la prima volta; alcuni hanno una vita di preghiera anche intensa; altri sono, invece, guidati da un più generico sentimento religioso; a volte sono persone lontane dalla fede o carenti di fede”.
Per quanto riguarda i “rimedi” enunciati, il Pontefice ne ha precisato espressamente le finalità e anche le modalità, evidenziando la necessità di un nuovo catecumenato: “ Un primo rimedio lo indico nella formazione dei giovani, mediante un adeguato cammino di preparazione volto a riscoprire il matrimonio e la famiglia secondo il disegno di Dio. Si tratta di aiutare i futuri sposi a cogliere e gustare la grazia, la bellezza e la gioia del vero amore, salvato e redento da Gesù. La comunità cristiana alla quale i nubendi si rivolgono è chiamata ad annunciare cordialmente il Vangelo a queste persone, perché la loro esperienza di amore possa diventare un sacramento, un segno efficace della salvezza… Occorre, pertanto, che gli operatori e gli organismi preposti alla pastorale famigliare siano animati da una forte preoccupazione di rendere sempre più efficaci gli itinerari di preparazione al sacramento del matrimonio, per la crescita non solo umana, ma soprattutto della fede dei fidanzati. Scopo fondamentale degli incontri è quello di aiutare i fidanzati a realizzare un inserimento progressivo nel mistero di Cristo, nella Chiesa e con la Chiesa. Esso comporta una progressiva maturazione nella fede, attraverso l’annuncio della Parola di Dio, l’adesione e la sequela generosa di Cristo. La finalità di questa preparazione consiste, cioè, nell’aiutare i fidanzati a conoscere e a vivere la realtà del matrimonio che intendono celebrare, perché lo possano fare non solo validamente e lecitamente, ma anche fruttuosamente, e perché siano disponibili a fare di questa celebrazione una tappa del loro cammino di fede. Per realizzare tutto questo, c’è bisogno di persone con specifica competenza e adeguatamente preparate a tale servizio, in una opportuna sinergia fra sacerdoti e coppie di sposi”.
Ma v’è di più col secondo rimedio, che è “quello di aiutare i novelli sposi a proseguire il cammino nella fede e nella Chiesa anche dopo la celebrazione del matrimonio” attraverso “un progetto di formazione… con iniziative volte ad una crescente consapevolezza del sacramento ricevuto”.

Per tutto questo, si “richiama i parroci ad essere sempre più consapevoli del delicato compito che è loro affidato nel gestire il percorso sacramentale matrimoniale dei futuri nubendi, rendendo intelligibile e reale in loro la sinergia tra foedus e fides. Si tratta di passare da una visione prettamente giuridica e formale della preparazione dei futuri sposi, a una fondazione sacramentale ab initio, cioè a partire dal cammino verso la pienezza del loro foedus-consenso elevato da Cristo a sacramento. Ciò richiederà il generoso apporto di cristiani adulti, uomini e donne, che si affianchino al sacerdote nella pastorale familiare per costruire «il capolavoro della società», cioè «la famiglia: l’uomo e la donna che si amano» (Catechesi, 29 aprile 2015) secondo «il luminoso piano di Dio» (Parole al Concistoro Straordinario, 20 febbraio 2014)”.

sabato 14 gennaio 2017

Il "Santuario della Spogliazione"

Già con l'evento “Vescovado a porte aperte”, tenutosi il 16 dicembre scorso nei locali della Curia vescovile di Assisi, il vescovo diocesano, mons. Domenico Sorrentino, aveva reso nota la decisione di assegnare alla chiesa di Santa Maria Maggiore, antica cattedrale assisana,  il compito di sviluppare per i pellegrini la funzione santuariale, aggiungendo al suo titolo tradizionale, anche quello di ‘santuario della spogliazione’. 

Il presule ne ha spiegato natura e portata della sua iniziativa pastorale nella omelia fatta durante la messa della notte di Natale nella cattedrale di San Rufino, parlando di un santuario "che ricordi quel gesto di Francesco, ma soprattutto che aiuti tutti, fedeli della diocesi e pellegrini, a fare i conti con il vangelo del Natale in modo serio, misurandosi con i criteri dell’amore di Dio e dell’amore dei fratelli”. 


E ciò, proprio alla luce del Natale:
 “Il Bimbo divino sceglie di nascere in una mangiatoia.  Quale spogliazione! San Paolo, nella lettera ai Filippesi, ne parla in termini di “svuotamento”. Dice che Dio, nel suo Figlio, si è “svuotato”, assumendo la condizione di servo, e divenendo simile a noi.  E questo fino al culmine di una morte ignominiosa come quella della croce. 
Mistero grande, che ci dà un’idea nuova di Dio. Un mistero che rivoluziona i criteri del mondo: dopo Gesù, se si vuole contribuire ad una umanità ispirata alla pace e alla fraternità, non è possibile scegliere altra strada che quella dell’amore crocifisso.
Questo mistero affascinò il nostro Francesco. Fu per questo che anch’egli volle spogliarsi di tutto.  Aveva passato venticinque anni tra le ricchezze paterne a rincorrere sogni di gloria. Preferì cambiare rotta e sposare la povertà.  Il giorno in cui, nel vescovado di Assisi, davanti al vescovo Guido, si spogliò di tutto fino a denudarsi, apparve chiara la sua conformazione a Cristo crocifisso.
Il Natale è mistero di spogliazione. Francesco fece suo questo mistero. Papa Francesco, nella visita che ci fece tre anni fa, venne al vescovado proprio per spiegarci il senso di quel gesto. Lo fece con parole toccanti, direi shoccanti, mostrandoci come la “spogliazione” è una modalità di essere, che ogni cristiano deve far sua. Si tratta infatti di spogliarci del nostro egoismo, di sottrarci a quella mondanità che produce il mondo ingiusto che sta sotto i nostri occhi, in cui pochi hanno tutto e di più, e tantissimi  mancano del necessario. Chi vuol essere discepolo di Cristo, chi vuol contemplare fino in fondo il Bimbo di Betlemme, deve imparare a spogliarsi di sé e ad aprirsi agli altri, condividere ciò che ha, perché nel mondo ci sia uno spazio dignitoso per tutti. È ora di una maggiore sobrietà dei nostri stili di vita. È ora di una maggiore fraternità”.
E, portando la data del Natale 2016,  su questo s’incentra la lettera pastorale indirizzata dal vescovo di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino alla comunità diocesana e ai pellegrini in occasione del decreto di istituzione di questo nuovo Santuario della spogliazione.  Mons. Sorrentino ricorda che il tutto nel suo animo è partito con la storica visita di Papa Francesco ad Assisi il 4 ottobre 2013, e dalla sua sosta anche nella Sala della spogliazione, indicata comunemente con l’appellativo “fuorviante” di Sala del Trono. Di qui la “connotazione” di santuario alla chiesa di Santa Maria Maggiore, affidandola “ alla sollecitudine della Provincia Serafica dei Frati Cappuccini, già ivi impegnati nel servizio parrocchiale”.
Nella lettera, articolata in 13 punti, mons. Sorrentino illustra il significato della “nudità originaria”, che in Francesco richiama l’Eden e che “non è solo penitenza e rinuncia” ma “si proietta verso lo splendore del corpo risorto, quando la forza di Cristo darà vita nuova anche ai nostri corpi mortali” (n.4). E ancora, il Pastore richiama il modello della nudità di Francesco, che è dato da Gesù crocifisso (n. 5), per cui “Nell’episodio della spogliazione una parola è decisiva:"Finora ho chiamato te, mio padre, sulla terra: d’ora in poi posso dire con tutta sicurezza: Padre nostro che sei nei cieli". E qui viene rilevata l’esemplarità dell’immagine ecclesiale plasticamente realizzata con l’abbraccio del vescovo Guido, che, con sapiente discernimento, “ vedendo questo e ammirando l’uomo di Dio nel suo fervore senza limiti, subito si alzò, lo prese piangendo fra le sue braccia e pietoso e buono com’era, lo ricoprì con il suo stesso pallio” (n.6). 
Mons. Sorrentino, al riguardo aggiunge: “Raramente, nella storia della Chiesa, istituzione e carisma si sono incontrati con tale immediatezza” (ibidem). Un rapporto che, evocando la paternità del vescovo, richiama la Chiesa madre e dà conto di una precisa prospettiva ecclesiale: “Francesco si distingue, nella storia dei movimenti evangelici del suo tempo, per non aver mai posto l’amore per Cristo in tensione con l’amore per la Chiesa. E ciò non perché gli sfuggissero i limiti che segnano la vita della Chiesa, anche nei suoi ministri. Ma nella Regola, come nel Testamento, è perentorio: ai ministri della Chiesa, anche ai meno esemplari, occorre assicurare il massimo rispetto…L’icona della spogliazione evidenzia così due dimensioni indissociabili della spiritualità di Francesco: la radicalità evangelica e la passione ecclesiale” (n. 8).
Rimanendo sul piano del rapporto padre-madre e quindi della famiglia naturale, il Vescovo Domenico, a scanso di equivoci interpretativi, ricorda e precisa: “Sia chiaro: la famiglia è un valore di prima grandezza. Un preciso comandamento di Dio regola i rapporti tra genitori e figli: "Onora il padre e la madre". Ciò che Francesco rifiuta non è il rapporto di amore col padre, ma l’idolo che lo insidia, il dio-denaro, con le sue logiche di potere e di gloria, a cui Pietro pretendeva di piegarlo. Al tempo stesso, andando oltre gli affetti terreni, Francesco dimostra quanto il vangelo sappia generare un nuovo tipo di famiglia…una famiglia spirituale…Nasce così la fraternitas francescana, il cui ideale sarà vivere "secondo la forma del santo Vangelo".
Fraternità che nasce sul luogo della Porziuncola, donata dai benedettini a Francesco, divenuta “luogo di contemplazione e, insieme, laboratorio di fraternità”. A questo proposito, l’Arcivescovo Sorrentino richiama il progetto diocesano di rinnovamento delle parrocchie, realizzato attraverso le Comunità Maria Famiglie del Vangelo, che ha nella Porziuncola il “luogo ispirante” (n.9).
Ma v’è di più, perché “ Il gesto di Francesco si presta ad essere letto anche da un punto di vista piuttosto inusuale: quello dell’economia” come “profezia di una economia alternativa, il cui motore non è l’interesse egoistico, ma l’etica della gratuità, della fraternità, della solidarietà”, così come affermato da Papa Francesco nell’Evangelii gaudium a proposito di un mondo governato da un un’economia che “uccide”, a vantaggio di pochi…” (n. 10).
Mons. Sorrentino, sulle orme di Francesco, indica con forza la via della missione per una Chiesa scevra dai fardelli del possesso e del potere (n.11), auspicando che il Santuario della Spogliazione diventi luogo di riconciliazione “in cui abbandonare orgogli e puntigli che minano la pace” (n. 12).
Il Pastore della Chiesa che è in Assisi-Nocera U.-Gualdo T. conclude con  lo sguardo della Madre, individuando il “tratto mariano della spogliazione”: “prima che a Francesco, infatti, la spiritualità della spogliazione rinvia al mistero di Gesù, e Maria vi partecipa con tutta la forza del suo “fiat”: il “si”  dell’Annunciazione e del Calvario. Ella visse totalmente spoglia di sé, donna del silenzio e dell’ascolto, trasparenza di Cristo”.  

domenica 8 gennaio 2017

Il “credente nostalgioso”

Papa Francesco, all’omelia della santa Messa celebrata lo scorso venerdì nella basilica vaticana per la solennità dell’Epifania del Signore, ha evocato il peculiare stato d’animo del “credente nostalgioso”. 

Il Pontefice si è soffermato sull’esperienza dei magi, questi tre sapienti d’Oriente animati da uno spirito nostalgico che li fa muovere, li mette in cammino. Francesco precisa: “ i magi non si misero in cammino perché avevano visto la stella ma videro la stella perché si erano messi in cammino (cfr San Giovanni Crisostomo). Avevano il cuore aperto all’orizzonte e poterono vedere quello che il cielo mostrava perché c’era in loro un desiderio che li spingeva: erano aperti a una novità”.

Ecco allora il richiamo all’uomo credente “che ha nostalgia di Dio”: “La santa nostalgia di Dio scaturisce nel cuore credente perché sa che il Vangelo non è un avvenimento del passato ma del presente. La santa nostalgia di Dio ci permette di tenere gli occhi aperti davanti a tutti i tentativi di ridurre e di impoverire la vita. La santa nostalgia di Dio è la memoria credente che si ribella di fronte a tanti profeti di sventura. Questa nostalgia è quella che mantiene viva la speranza della comunità credente che, di settimana in settimana, implora dicendo: «Vieni, Signore Gesù!»”. 

Ecco allora che, superando certi fatalismi e conformismi e andando verso il futuro, “Il credente “nostalgioso”, spinto dalla sua fede, va in cerca di Dio, come i magi, nei luoghi più reconditi della storia, perché sa in cuor suo che là lo aspetta il Signore. Va in periferia, in frontiera, nei luoghi non evangelizzati, per potersi incontrare col suo Signore; e non lo fa affatto con un atteggiamento di superiorità, lo fa come un mendicante che non può ignorare gli occhi di colui per il quale la Buona Notizia è ancora un terreno da esplorare”. 

E infatti, “I magi sentirono nostalgia, non volevano più le solite cose. Erano abituati, assuefatti e stanchi degli Erode del loro tempo. Ma lì, a Betlemme, c’era una promessa di novità, una promessa di gratuità. Lì stava accadendo qualcosa di nuovo. I magi poterono adorare perché ebbero il coraggio di camminare e prostrandosi davanti al piccolo, prostrandosi davanti al povero, prostrandosi davanti all’indifeso, prostrandosi davanti all’insolito e sconosciuto Bambino di Betlemme, lì scoprirono la Gloria di Dio”.

mercoledì 28 dicembre 2016

Papa Francesco e la riforma della Curia Romana

Con il consueto discorso  tenuto lo scorso 22 dicembre per la tradizionale presentazione degli auguri natalizi della Curia Romana, Papa Francesco ha chiuso un ideale trittico avente ad aggetto questo importante organismo mediante il quale “il Sommo Pontefice è solito trattare le questioni della Chiesa universale, e che in suo nome e con la sua autorità adempie alla propria funzione per il bene e a servizio delle Chiese” (can. 360 CIC). 

Il Pontefice nel suo primo incontro del 2013  aveva messo in luce proprio le caratteristiche di quanti operano in Curia, quali la professionalità, il servizio e la santità della vita, indicando come modello da imitare la figura di san Giuseppe. In quello successivo del 2014  si è soffermato sulla necessità per la Curia di migliorarsi, anzi di curarsi da certe “malattie curiali”, arrivando ad enumerarne ben 15. 

Nel 2015, nel contesto dell’Anno della Misericordia, ha dettato “un non esaustivo “catalogo delle virtù necessarie” per chi presta servizio in Curia e per tutti coloro che vogliono rendere feconda la loro consacrazione o il loro servizio alla Chiesa… un elenco che parte proprio da un’analisi acrostica della parola “misericordia”. 

Quest’anno il Santo Padre è andato alle ragioni di fondo della riforma della Curia, perché “come per tutta la Chiesa, anche nella Curia il semper reformanda deve trasformarsi in una personale e strutturale conversione permanente”. A tal proposito, ha richiamato la presenza di “resistenze”, precisandone le diverse tipologie: “le resistenze aperte, che nascono spesso dalla buona volontà e dal dialogo ‎sincero; le resistenze nascoste, che nascono dai cuori impauriti o impietriti che si alimentano dalle parole vuote del “gattopardismo” spirituale di chi a parole si dice pronto al cambiamento, ma vuole che tutto resti come prima; ‎esistono anche le resistenze malevole, che germogliano in menti distorte e si presentano quando il demonio ispira intenzioni cattive (spesso “in veste di agnelli”). Questo ultimo tipo di resistenza si nasconde dietro le parole giustificatrici ‎e, in tanti casi, accusatorie, rifugiandosi nelle tradizioni, nelle apparenze, nelle formalità, nel conosciuto, oppure nel voler portare ‎tutto sul personale senza distinguere tra l’atto, l’attore e l’azione.‎ L’assenza di reazione è segno di morte! Quindi le resistenze buone – e perfino quelle meno buone – sono necessarie e meritano di essere ascoltate, accolte e incoraggiate a esprimersi, perché è un segno che il corpo è vivo. Tutto questo sta a dire che la riforma della Curia è un delicato processo che deve essere vissuto con fedeltà all’essenziale, con continuo discernimento, con evangelico coraggio, con ecclesiale saggezza, con attento ascolto, con tenace azione, con positivo silenzio, con ferme decisioni, con tanta preghiera - tanta preghiera! -, con profonda umiltà, con chiara lungimiranza, con concreti passi in avanti e – quando risulta necessario – anche con passi indietro, con determinata volontà, con vivace vitalità, con responsabile potestà, con incondizionata obbedienza; ma in primo luogo con l’abbandonarci alla sicura guida dello Spirito Santo, confidando nel Suo necessario sostegno. E, per questo, preghiera, preghiera e preghiera”. 

Papa Francesco ha, quindi, indicato i dodici principali criteri guida della riforma: “individualità; pastoralità; missionarietà; razionalità; funzionalità; modernità; sobrietà; sussidiarietà; sinodalità; cattolicità; professionalità; gradualità”. 

Tra gli altri, il criterio della pastoralità, per cui “L’impegno di tutto il personale della Curia deve essere animato da una pastoralità e da una spiritualità di servizio e di comunione, poiché questo è l’antidoto contro tutti i veleni della vana ambizione e dell’illusoria rivalità. In questo senso il beato Paolo VI ammonì: «Non sia pertanto la Curia Romana una burocrazia, come a torto qualcuno la giudica, pretenziosa ed apatica, solo canonistica e ritualistica, una palestra di nascoste ambizioni e di sordi antagonismi, come altri la accusano; ma sia una vera comunità di fede e di carità, di preghiera e di azione; di fratelli e di figli del Papa, che tutto fanno, ciascuno con rispetto all’altrui competenza e con senso di collaborazione, per servirlo nel suo servizio ai fratelli ed ai figli della Chiesa universale e della terra intera»”. 

Così come per quello della cattolicità “È opportuno prevedere l’accesso a un numero maggiore di fedeli laici specialmente in quei Dicasteri dove possono essere più competenti dei chierici o dei consacrati. Di grande importanza è inoltre la valorizzazione del ruolo della donna e dei laici nella vita della Chiesa e la loro integrazione nei ruoli-guida dei Dicasteri, con una particolare attenzione alla multiculturalità.”.

giovedì 24 novembre 2016

Una pastorale e una cultura della misericordia

Domenica scorsa, Papa Francesco, al termine della Messa celebrata a conclusione dell’Anno Santo straordinario dedicato alla misericordia, ha firmato sul sagrato della basilica vaticana la lettera apostolica “Misericordia et misera” .

Composta da ventidue punti, l’incipit evoca le due parole che “sant’Agostino utilizza per raccontare l’incontro tra Gesù e l’adultera (cfr Gv 8,1-11)”. Con tale racconto, il Papa evidenzia la cifra di questo Giubileo, affermando: “La misericordia, infatti, non può essere una parentesi nella vita della Chiesa, ma costituisce la sua stessa esistenza, che rende manifesta e tangibile la verità profonda del Vangelo”. 

E infatti, il Santo Padre richiama la fondamentale valenza del perdono per il cristiano, in quanto “segno più visibile dell’amore del Padre, che Gesù ha voluto rivelare in tutta la sua vita. Non c’è pagina del Vangelo che possa essere sottratta a questo imperativo dell’amore che giunge fino al perdono. Perfino nel momento ultimo della sua esistenza terrena, mentre viene inchiodato sulla croce, Gesù ha parole di perdono: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,34)”. E dunque: “Niente di quanto un peccatore pentito pone dinanzi alla misericordia di Dio può rimanere senza l’abbraccio del suo perdono. È per questo motivo che nessuno di noi può porre condizioni alla misericordia; essa rimane sempre un atto di gratuità del Padre celeste, un amore incondizionato e immeritato. Non possiamo, pertanto, correre il rischio di opporci alla piena libertà dell’amore con cui Dio entra nella vita di ogni persona”. 

Misericordia che, in una società caratterizzata dal “moltiplicarsi delle forme di tristezza e solitudine in cui cadono le persone, e anche tanti giovani”. diventa fonte di gioia alla luce delle parole “dell’Apostolo: «Siate sempre lieti nel Signore» (Fil 4,4; cfr 1 Ts 5,16)”. Tracciando un bilancio del Giubileo, papa Bergoglio si sente di metterne in luce la portata ecclesiale di ascolto volto appunto al perdono: “In questo Anno Santo la Chiesa ha saputo mettersi in ascolto e ha sperimentato con grande intensità la presenza e vicinanza del Padre, che con l’opera dello Spirito Santo le ha reso più evidente il dono e il mandato di Gesù Cristo riguardo al perdono”.

Il Santo Padre scandisce i momenti in cui la misericordia viene celebrata nella liturgia, mentre richiama l’abbondanza con cui la misericordia viene donata con la vita sacramentale e in particolare con la Riconciliazione e l’Unzione dei malati. In tutto ciò “assume un significato particolare anche l’ascolto della Parola di Dio” e con essa “importanza acquista l’omelia”, per cui si raccomanda ai sacerdoti di preparare quest’ultima sperimentando su di sé “la bontà misericordiosa del Signore”. Il Papa esorta a diffondere tra le comunità cristiane la Lectio Divina e a dedicare una domenica interamente alla parola di Dio, mentre nell’esprimere apprezzamento e gratitudine, ha deciso di prorogare “fino a nuova disposizione” il servizio dei circa mille Missionari della misericordia “come segno concreto che la grazia del Giubileo continua ad essere, nelle varie parti del mondo, viva ed efficace”. 

Rivolgendosi poi ai sacerdoti in generale, Francesco chiede: “di essere accoglienti con tutti; testimoni della tenerezza paterna nonostante la gravità del peccato; solleciti nell’aiutare a riflettere sul male commesso; chiari nel presentare i principi morali; disponibili ad accompagnare i fedeli nel percorso penitenziale, mantenendo il loro passo con pazienza; lungimiranti nel discernimento di ogni singolo caso; generosi nel dispensare il perdono di Dio”. Il tutto per sottolineare l’importanza del sacramento della Riconciliazione che “ha bisogno di ritrovare il suo posto centrale nella vita cristiana; per questo richiede sacerdoti che mettano la loro vita a servizio del «ministero della riconciliazione» (2 Cor 5,18) in modo tale che, mentre a nessuno sinceramente pentito è impedito di accedere all’amore del Padre che attende il suo ritorno, a tutti è offerta la possibilità di sperimentare la forza liberatrice del perdono. Un’occasione propizia può essere la celebrazione dell’iniziativa 24 ore per il Signore in prossimità della IV domenica di Quaresima, che già trova molto consenso nelle Diocesi e che rimane un richiamo pastorale forte per vivere intensamente il Sacramento della Confessione”. 

Per questo, “ perché nessun ostacolo si interponga tra la richiesta di riconciliazione e il perdono di Dio, concedo d’ora innanzi a tutti i sacerdoti, in forza del loro ministero, la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto. Quanto avevo concesso limitatamente al periodo giubilare viene ora esteso nel tempo, nonostante qualsiasi cosa in contrario. Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente. Con altrettanta forza, tuttavia, posso e devo affermare che non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre. Ogni sacerdote, pertanto, si faccia guida, sostegno e conforto nell’accompagnare i penitenti in questo cammino di speciale riconciliazione”. Così come il Papa ha deciso di prorogare la decisione adottata all’inizio del Giubileo di considerare valida la confessione dei fedeli con i sacerdoti appartenenti alla Fraternità San Pio X (lefebvriani). 

“Siamo chiamati a far crescere una cultura della misericordia, basata sulla riscoperta dell’incontro con gli altri: una cultura in cui nessuno guarda all’altro con indifferenza né gira lo sguardo quando vede la sofferenza dei fratelli. Le opere di misericordia sono “artigianali”: nessuna di esse è uguale all’altra; le nostre mani possono modellarle in mille modi, e anche se unico è Dio che le ispira e unica la “materia” di cui sono fatte, cioè la misericordia stessa, ciascuna acquista una forma diversa. Le opere di misericordia, infatti, toccano tutta la vita di una persona. E’ per questo che possiamo dar vita a una vera rivoluzione culturale proprio a partire dalla semplicità di gesti che sanno raggiungere il corpo e lo spirito, cioè la vita delle persone. È un impegno che la comunità cristiana può fare proprio, nella consapevolezza che la Parola del Signore sempre la chiama ad uscire dall’indifferenza e dall’individualismo in cui si è tentati di rinchiudersi per condurre un’esistenza comoda e senza problemi. «I poveri li avete sempre con voi» (Gv 12,8), dice Gesù ai suoi discepoli. Non ci sono alibi che possono giustificare un disimpegno quando sappiamo che Lui si è identificato con ognuno di loro”.

“ Questo è ...  per tutti e per ognuno, perché nessuno possa pensare di essere estraneo alla vicinanza di Dio e alla potenza della sua tenerezza. È il tempo della misericordia perché quanti sono deboli e indifesi, lontani e soli possano cogliere la presenza di fratelli e sorelle che li sorreggono nelle necessità. È il tempo della misericordia perché i poveri sentano su di sé lo sguardo rispettoso ma attento di quanti, vinta l’indifferenza, scoprono l’essenziale della vita. È il tempo della misericordia perché ogni peccatore non si stanchi di chiedere perdono e sentire la mano del Padre che sempre accoglie e stringe a sé. Alla luce del “Giubileo delle persone socialmente escluse”, mentre in tutte le cattedrali e nei santuari del mondo si chiudevano le Porte della Misericordia, ho intuito che, come ulteriore segno concreto di questo Anno Santo straordinario, si debba celebrare in tutta la Chiesa, nella ricorrenza della XXXIII Domenica del Tempo Ordinario, la Giornata mondiale dei poveri”.

E ancora,  il Papa decreta l'istituzione di una Giornata mondiale dei poveri, e di una giornata del perdono, nella IV domenica di quaresima; nuove opere per esprimere la "misericordia come valore sociale"; e dispone che ogni diocesi scelga una domenica da dedicare a Bibbia e lectio divina.

sabato 15 ottobre 2016

“Humanam progressionem”: lo sviluppo integrale dell’uomo alla luce del Vangelo.

Dopo la nascita del nuovo Dicastero per Laici, famiglia e vita, con il Motu Proprio Humanam progressionem, firmato il 17 agosto scorso e pubblicato il 31 dello stesso mese, papa Francesco ha istituito il ‘’Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale”, ponendo un altro mattone per la riforma della Curia. Il santo Padre ha nominato prefetto dell’organismo il cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson, attualmente presidente del Pontifico Consiglio della giustizia e della pace.
 
Il nuovo organismo, frutto dello studio del Consiglio dei nove cardinali (C9), mette insieme, facendone cessare le funzioni a partire dal prossimo I gennaio, i seguenti Pontifici Consigli: Giustizia e Pace, Cor Unum, Pastorale per i Migranti e gli Itineranti e Pastorale per gli Operatori Sanitari. Essendo abrogati gli articoli 142-153 della Costituzione apostolica di Giovanni Paolo II Pastor Bonus, i suddetti Consigli vengono contestualmente soppressi.
 
Posto che “la Chiesa è chiamata a promuovere lo sviluppo integrale dell’uomo alla luce del Vangelo. Tale sviluppo si attua mediante la cura per i beni incommensurabili della giustizia, della pace e della salvaguardia del creato”, scopo del dicastero è “attuare la sollecitudine della Santa Sede nei suddetti ambiti, come pure in quelli che riguardano la salute e le opere di carità”. In particolare, si legge nello Statuto, approvato nello stesso giorno del Motu Proprio,
“Il Dicastero esprime pure la sollecitudine del Sommo Pontefice verso l’umanità sofferente, tra cui i bisognosi, i malati e gli esclusi, e segue con la dovuta attenzione le questioni attinenti alle necessità di quanti sono costretti ad abbandonare la propria patria o ne sono privi, gli emarginati, le vittime dei conflitti armati e delle catastrofi naturali, i carcerati, i disoccupati e le vittime delle forme contemporanee di schiavitù e di tortura e le altre persone la cui dignità è a rischio” (Art. 1 § 3).
Novità di assoluto rilievo è il fatto che la Sezione che si occupa specificamente di quanto concerne i profughi e migranti “ è posta ad tempus sotto la guida del Sommo Pontefice che la esercita nei modi che ritiene opportuni” (cfr. art. 1 § 4). A tal proposito si nota che non era mai successo che un Pontefice dirigesse una sezione, anche se fino alla riforma di Paolo VI il Papa poteva guidare direttamente alcuni dicasteri, in particolare la Segreteria di Stato con Pio XII e quello dei vescovi e delle cause dei santi, che furono guidati da Giovanni XXIII e da Pio XII fino alla riforma.
 
Tutti temi che verranno approfonditi “nel solco della dottrina sociale della Chiesa”, adoperandosi "affinché essa sia largamente diffusa e tradotta in pratica e i rapporti sociali, economici e politici siano sempre più permeati dallo spirito del Vangelo" (cfr. art. 3 § 1). Nel dettaglio all’art. 3 §2, lo Statuto indica i compiti operativi:
 
“Raccoglie notizie e risultati di indagini circa la giustizia e la pace, il progresso dei popoli, la promozione e la tutela della dignità e dei diritti umani, specialmente, ad esempio, quelli attinenti il lavoro, incluso quello minorile, il fenomeno delle migrazioni e lo sfruttamento dei migranti, il commercio di vite umane, la riduzione in schiavitù, la carcerazione, la tortura e la pena di morte, il disarmo o la questione degli armamenti nonché i conflitti armati e le loro conseguenze sulla popolazione civile e sull’ambiente naturale (diritto umanitario). Valuta questi dati e rende partecipi gli organismi episcopali delle conclusioni che ne trae, perché essi, secondo opportunità, intervengano direttamente”. Così come, “Il Dicastero si adopera perché nelle Chiese locali sia offerta un’efficace e appropriata assistenza materiale e spirituale – se necessario anche mediante opportune strutture pastorali – agli ammalati, ai profughi, agli esuli, ai migranti, agli apolidi, ai circensi, ai nomadi e agli itineranti” (art. 3 § 3).
Un rapporto viene attuato con le istituzioni cattoliche “che s’impegnano per il rispetto della dignità di ogni persona e l’affermazione dei valori della giustizia e della pace e nell’aiuto ai popoli che sono nell’indigenza, specialmente quelle che prestano soccorso alle loro più urgenti necessità e calamità” (§ 4). Analogamente “il Dicastero può intrattenere relazioni con associazioni, istituti e organizzazioni non governative, anche al di fuori della Chiesa cattolica, impegnate nella promozione della giustizia e della pace. Esso può altresì entrare in dialogo con rappresentanti dei Governi civili e di altri soggetti di diritto internazionale pubblico, ai fini di studio, approfondimento e sensibilizzazione sulle materie di sua competenza e nel rispetto delle competenze degli altri organismi della Curia Romana” (§ 5).
 
Viene poi disciplinato Rapporto con membri della Curia e con Organismi connessi, per cui l’art. 4 statuisce:
"§ 1. Il Dicastero agisce in stretta collaborazione con la Segreteria di Stato, nel rispetto delle rispettive competenze. La Segreteria di Stato ha competenza esclusiva sulle materie afferenti alle relazioni con gli Stati e con gli altri soggetti di diritto pubblico internazionale. §2. Il Dicastero mantiene stretti rapporti con la Segreteria di Stato specialmente quando si esprime pubblicamente, mediante documenti o dichiarazioni su questioni afferenti alle relazioni coi Governi civili e con gli altri soggetti di diritto internazionale pubblico. §3. Il Dicastero collabora con la Segreteria di Stato anche partecipando alle delegazioni della Santa Sede in incontri intergovernativi nelle materie di propria competenza. §4. Il Dicastero mantiene uno stretto rapporto con la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, tenendo conto dei suoi Statuti. §5. Sono costituite presso il Dicastero la Commissione per la Carità, la Commissione per l’ecologia e la Commissione per gli operatori sanitari, le quali operano secondo le loro norme. Esse sono presiedute dal Prefetto del medesimo Dicastero e da lui convocate ogni qualvolta è ritenuto opportuno, o necessario. §6. Il Dicastero è competente nei confronti della Caritas Internationalis secondo i suoi Statuti. 
“Il Dicastero assume anche le competenze della Santa Sede circa l’erezione e la vigilanza di associazioni internazionali di carità e dei fondi istituiti agli stessi fini, secondo quanto stabilito nei rispettivi Statuti e nel contesto generale della legislazione vigente” (art. 5).

venerdì 19 agosto 2016

Riforma della Curia Romana: nuovo dicastero per laici, famiglia e vita

Nel solco della secolare cura della Chiesa riguardo i laici, la famiglia e la vita, segno dell’amore del Salvatore misericordioso verso l’umanità, il 15 agosto, solennità dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, Giubileo della Misericordia, il Sommo Pontefice Francesco con Lettera Apostolica “Sedula Mater” in forma di Motu Proprio ha istituito il Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, che sarà disciplinato da speciali Statuti.
 
Competenze e funzioni finora appartenuti al Pontificio Consiglio per i Laici e al Pontificio Consiglio per la Famiglia, saranno trasferiti a questo Dicastero dal prossimo 1° settembre, con definitiva cessazione dei suddetti Pontifici Consigli. Prefetto  del nuovo organismo è stato nominato mons. Kevin Joseph Farrell, finora vescovo della Diocesi di Dallas.
Natura e portata di un’altra decisione trovano spiegazione nel chirografo che il Santo Padre ha inviato a mons. Vincenzo Paglia, nominandolo Gran Cancelliere del Pontificio Istituto “Giovanni Paolo II” per studi su matrimonio e famiglia, nonché presidente della Pontificia Accademia per la vita.
 
Il Papa scrive: “in occasione della riforma della Curia Romana, mi è sembrato opportuno che anche le Istituzioni poste al servizio della Santa Sede con l’attività di ricerca e di formazione sui temi relativi al Matrimonio, alla Famiglia e alla Vita, procedano ad un rinnovamento e ad un ulteriore sviluppo per iscrivere la loro azione sempre più chiaramente nell’orizzonte della misericordia”. Evocando il Magistero in materia sulla scia del Vaticano II, Francesco richiama il recente Sinodo sulla Famiglia, con l’Esortazione Apostolica Amoris laetitia e auspica un confronto “con le sfide della cultura contemporanea. L’ambito di riflessione siano le frontiere; anche nello studio teologico non venga mai meno la prospettiva pastorale e l’attenzione alle ferite dell’umanità”.
 
In particolare, il Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per Studi su Matrimonio e Famiglia, dovrà favorire “un adeguato sviluppo dell’attività di riflessione, ricerca e insegnamento dell’Istituto, affinché esso diventi un ambito privilegiato per aiutare le famiglie a vivere la loro vocazione e missione nella Chiesa e nel mondo di oggi”. 
 
Preside del Pontificio Istituto “Giovanni Paolo II” per Studi su Matrimonio e Famiglia, il Pontefice ha nominato mons. Pierangelo Sequeri, attualmente preside della Facoltà Teologica dell’Italia Settentrionale di Milano.
 
Così come la Pontificia Accademia per la Vita, è chiamata ad occuparsi “delle nuove sfide che concernono il valore della Vita” e cioè dei “diversi aspetti che riguardano la cura della dignità della persona umana nelle diverse età dell’esistenza, il rispetto reciproco fra generi e generazioni, la difesa della dignità di ogni singolo essere umano, la promozione di una qualità della vita umana che integri il valore materiale e spirituale, nella prospettiva di un’autentica “ecologia umana”, che aiuti a ritrovare l’equilibrio originario della Creazione tra la persona umana e l’intero universo”.

Il Papa, nel chiedere di operare ad intra in sinergia tra l’Accademia e l’Istituto Giovanni Paolo II, collegandosi col “Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita, nella consapevolezza che alcuni argomenti spetteranno al nuovo Dicastero che si occuperà della pastorale sanitaria”, aggiunge: “In questa prospettiva, ti adopererai a favorire il dialogo cordiale e fattivo con altri Istituti scientifici e Centri accademici, anche in ambito ecumenico o interreligioso, sia di ispirazione cristiana che di altre tradizioni culturali e religiose. Chinarsi sulle ferite dell’uomo, per comprenderle, curarle e guarirle è compito di una Chiesa fiduciosa nella luce e nella forza di Cristo risorto, capace di affrontare anche i luoghi della tensione e del conflitto come un “ospedale da campo”, che vive, annuncia e realizza la sua missione di salvezza e di guarigione proprio là dove la vita degli individui è più minacciata dalle nuove culture della competizione e dello scarto”.

sabato 6 agosto 2016

Pellegrino tra pellegrini

Tutta incentrata sul senso del perdono la meditazione di papa Francesco svolta nel pomeriggio del 4 agosto scorso davanti alla Porziuncola, durante la visita  alla basilica di Santa Maria degli Angeli  per l'ottavo centenario del Perdono di Assisi. Visita particolare, di carattere privato, da pellegrino tra pellegrini, nonostante la folla accorsa per accoglierlo dentro e fuori la basilica angelana.
 
Il Pontefice, partendo dalle parole, che secondo un’antica tradizione san Francesco pronunciò proprio nel luogo della Porziuncola, “Voglio mandarvi tutti in paradiso!”, ed aver evocato la fede nel paradiso professata nella Chiesa attraverso la comunione dei santi, si è soffermato sul senso del perdono:
Quella del perdono è certamente la strada maestra da seguire per raggiungere quel posto in Paradiso. E’ difficile perdonare!... Sappiamo bene, infatti, che siamo pieni di difetti e ricadiamo spesso negli stessi peccati. Eppure, Dio non si stanca di offrire sempre il suo perdono ogni volta che lo chiediamo… Il perdono di Dio non conosce limiti; va oltre ogni nostra immaginazione e raggiunge chiunque, nell’intimo del cuore, riconosce di avere sbagliato e vuole ritornare a Lui. Dio guarda al cuore che chiede di essere perdonato… Quando siamo noi in debito con gli altri, pretendiamo la misericordia; quando invece siamo in credito, invochiamo la giustizia!... Gesù ci insegna a perdonare, e a farlo senza limiti: «Non ti dico fino a sette, ma fino a settanta volte sette» (v. 22). Insomma, quello che ci propone è l’amore del Padre, non la nostra pretesa di giustizia. Fermarsi a questa, infatti, non ci farebbe riconoscere come discepoli di Cristo, che hanno ottenuto misericordia ai piedi della Croce solo in forza dell’amore del Figlio di Dio.
Da ciò, dunque, la peculiarità del Perdono di Assisi, alla luce del tempo che si vive:
Cari fratelli e sorelle, il perdono di cui san Francesco si è fatto “canale” qui alla Porziuncola continua a “generare paradiso” ancora dopo otto secoli. In questo Anno Santo della Misericordia diventa ancora più evidente come la strada del perdono possa davvero rinnovare la Chiesa e il mondo. Offrire la testimonianza della misericordia nel mondo di oggi è un compito a cui nessuno di noi può sottrarsi. Ripeto: offrire la testimonianza della misericordia nel mondo di oggi è un compito a cui nessuno di noi può sottrarsi. Il mondo ha bisogno di perdono; troppe persone vivono rinchiuse nel rancore e covano odio, perché incapaci di perdono, rovinando la vita propria e altrui piuttosto che trovare la gioia della serenità e della pace. Chiediamo a san Francesco che interceda per noi, perché mai rinunciamo ad essere umili segni di perdono e strumenti di misericordia.

martedì 2 agosto 2016

“Perdono di Assisi, cammino di Chiesa”

Celebrata la festa del Perdono della Porziuncola a S. Maria degli Angeli, per coglierne “il senso e l’attualità nell’attuale contesto storico” è utile riprendere la Lettera pastorale del Vescovo di Assisi-Nocera U.- Gualdo T. , mons. Domenico Sorrentino, data il 29 giugno 2016 e rivolta ai fedeli della Diocesi e ai pellegrini nell’VIII centenario (1216 – 2016) dell’indulgenza.
 
Indulgenza ottenuta da parte di papa Onorio III da san Francesco, che dando la notizia del “perdono”, il 2 agosto 1216, esclamò: «Io vi voglio mandare tutti in Paradiso!».
 
" La Porziuncola “ – scrive mons. Sorrentino – “diveniva una porta del cielo. Aperta soprattutto per i semplici e poveri. Casa dove la presenza di Dio si percepisce come una carezza e le pietre hanno il calore di un grembo materno. Tutto vi dice semplicità, non disturbata, anzi evidenziata, dall’arte che la decora, specialmente nell’Annunciazione in cui la Vergine è tutta ascolto, plasmata dallo Spirito, pronta per l’incarnazione del Verbo di Dio”.
 
Per spiegare il senso dell’indulgenza, il vescovo evidenzia il rapporto col peccato e gli effetti di questo: “Alcune conseguenze di esso ci affliggono persino quando esso è stato perdonato. Difficilmente infatti portiamo nella confessione una contrizione così profonda da aprire alla grazia tutte le fibre del nostro essere. Il peccato lascia in noi delle “scorie” dolorose. La teologia ne parla in termini di “pena”. Espressione che non dev’essere intesa come se si trattasse di punizione inflitta da Dio in nome di una giustizia “vendicativa”. Piuttosto, come spiega il Catechismo della Chiesa Cattolica, si tratta di qualcosa «derivante dalla natura stessa del peccato» (CCC 1472).
 
Peccato, dunque, come “malattia dell’anima”, che va curata: “In funzione di questa “cura”, nell’antica maniera di celebrare il sacramento della riconciliazione, che registrò diverse fasi e forme, erano previsti atti gravosi di penitenza. Col tempo si affermò una diversa pedagogia: una sorta di cura “intensiva” della misericordia, che, sulla base del perdono sacramentale ottenuto col pentimento sincero e il proposito di vita nuova, consiste nell’implorazione ecclesiale, dunque non solo individuale, di una grazia ulteriore che spinga a una risposta sempre più profonda all’amore di Dio. Nasce così l’attuale prassi dell’indulgenza” che “ espande in noi l’efficacia del perdono sacramentale, favorendo un’apertura a Dio così profonda, da disporre il nostro cuore all’incontro definitivo con Lui, quando lo vedremo così come Egli è (cf 1Gv 3,2)”.
 
Il pastore di Assisi-Nocera U.-Gualdo T. aggiunge che rivere l’indulgenza in Porziuncola “sotto lo sguardo tenero della Madre, è un po’ come lasciarci curare in un singolare “ambulatorio”, in cui Gesù, il medico divino, nella misura della nostra docilità, toglie da noi il “cuore di pietra” e ci dona un “cuore di carne”: il suo stesso cuore! «Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo» (Ez 36,36)”.
 
Indulgenza che diventa così “una energia interiore con cui lo Spirito Santo dà nuova forza al nostro impegno”. Ma l’indulgenza, attraverso la preghiera “fatta in fraterna unità” è pure  un fatto ecclesiale, andando oltre il semplice impegno individuale: “«Se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà» (Mt 18,19). Preghiera, a maggior ragione, efficace, quando vi è coinvolta, attraverso il ministero del Papa, l’intera Chiesa. Da Onorio III, che concesse questo dono alla Porziuncola, a papa Francesco, che viene a visitarla per ricevere egli stesso questo dono, brilla in Porziuncola il servizio del successore di Pietro all’unità e alla santità della Chiesa: «Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa» (Mt 16,18). Gesù non cessa di onorare la sua promessa”.  

E infatti, “ Con l’indulgenza si fa una singolare esperienza della comunione ecclesiale, quella che il Simbolo degli Apostoli chiama anche “comunione dei santi”. Legame profondo che ci unisce a Cristo e tra di noi, e che ha nell’Eucaristia il fondamento e il vertice”.  

E ancora, “…nell’implorare l’indulgenza, è la preghiera secondo le intenzioni del Santo Padre. Anche qui in sintonia col Poverello, che amò tanto il Vicario di Cristo. È provvidenziale a tal fine che, in questo Anno della misericordia, papa Francesco abbia scelto di venire alla Porziuncola, pellegrino tra i pellegrini. Lo accogliamo con gioia. Aderiamo al suo magistero. Preghiamo per lui…”.
 
E infine, ma non da ultimo, nel segno della solidarietà, “L’indulgenza fu per Francesco anche un regalo per la gente più umile e priva di mezzi, in un tempo in cui procurarsi questo beneficio spirituale imponeva costosi e lunghi pellegrinaggi. Francesco chiese al Papa una indulgenza “senza obolo”. A misura dunque dei nullatenenti!”.